“And then again I'll turn down love, remembering your smile” Sunrise, The Who
Ruvido.
Ma non duro.
Come carta vetrata morbida.
Tiepido e pesante. E instabile e denso.
Bianco e giallo e azzurro. Nero.
Con un occhio chiuso ed uno aperto a fissare la luce che si rifletteva sul muro di fronte al suo letto, Jane approfondiva le pesanti rotondità della sua borsa dell’acqua calda, ormai (quasi) totalmente fredda.
Era pazzesco quanto calore riuscisse a mantenere, quella strana cisterna di bollenti vapori, e per quanto a lungo.
Aveva cercato a tentoni il cellulare, tentando di non fare troppo rumore e non svegliare Christine, e l’aveva acceso: sette e quarantasei.
Troppo tardi per dormire. Forse troppo presto per alzarsi.
Ma non aveva voglia di sprecare la mattinata a dormire.
Era sabto, giorno di brunch, giorno di bagles e marmellata, giorno di bacon.
Giorno di James.
Si era alzata facendo più piano che poteva, pur sapendo che Christine non avrebbe mai lasciato il letto prima delle undici, ed era andata nella loro living room blu a godersi quelle poche ore di solitudine.
Lei adorava Christine, molto più di quanto Christine adorasse lei, sospettava. Ma non aveva mai tempo e libertà di fare quello che voleva, con Christine in giro.
L’amica di muoveva, guardava lo schermo del suo pc come se non le importasse nulla di niente, come se nulla fosse importante, mettendola continuamente a disagio. Quelle poche ore del sabato erano le uniche che aveva, insieme alla mezz’ora mattutina, per fare quello che voleva.
Nel caso specifico: mangiare cose che non avrebbe dovuto mangiare, bere litri di caffè e scrivere.
Scriveva da poco.
O meglio, aveva rincominciato a farlo da poco; e grazie a o per colpa di James.
Era stato lui ad insistere perchè rincominciasse; non l’aveva ovviamente forzata ma glielo aveva ripetuto parecchie volte, e alla fine, una sera, Jane si ea convinta a provare (la sera del gatto, per esattezza).
In passato scrivere era stata una sua inclinazione naturale che lei aveva sempre assecondato; ma poi aveva smesso. A un certo punto qualcosa era mancato.
Sperenza, desiderio, capacità di credere nelle possibilità.
L’arte, per quanto di modesta portata, vive solo sulle possibilità, credeva Jane dopo questa esperienza.
Quello mancava era il credere in quelle possibilità che non sono, ma potranno, un giorno essere. Se non si crede alla potenzialità della realtà, non c’è ragione di scrivere, dipingere, cantare. Diventerebbe una mera cronaca del reale, l’arte. E non può esserlo perchè;
Perchè il reale alla fine ci sta sempre intorno e per quello c’è il telegiornale. E non lo guarda quasi più nessuno, volentieri. Nè il reale, nè il telegiornale che te lo dice.
Tra le altre cose che la perplimevano di James c’era il chiedersi se fosse stato per colpa sua che aveva rincominciato a scrivere, e quindi a credere nelle infinite possbilità del reale, o se avesse incominciato a essere perplessa da lui perchè la necessità di scrivere le era tornata.
Non lo avrebbe mai saputo. E in fondo, non contava poi tanto.
Quello che contava era che lo stesse facendo, sperava.
Ma c’era una strana ritualità nei suoi racconti: mentre sapeva che una buona storia vive in quel territorio sottile tra la realtà e la possibilità e si nutre della sua stessa mancanza di realtà per dare consistenza e peso a quelle possibilità, quello che scriveva ora era come se non riuscisse a esistere che come possibilità.
Avrebbe voluto riattraversare quello spazio di mancanza e necessità in cui esiteva quello che avrebbe voluto scirvere, in cui prima si muovevano le sue storie, ma non ci riusciva: era la costante perplessione che l’accompagnava in ogni momento, ad impedirgielo. Non aveva nulla a cui aggrapparsi.
Come i naufraghi in mezzo all’oceano riescono a salvarsi anche solo appoggiandosi ad una tavola della barca ormai distrutta, che costituisce in sè un nonnulla, ma in potenza significa salvezza, perchè porta in sè qualcosa che se anche non è più è stato, e può quindi tornare ad essere, così lei sentiva che senza una galleggiante tavola di legno, non c’era modo di uscire salvi dal suo mare. Da quel mare di dubbi, domande e incertezze in cui James l’aveva fatta naufragare.
E ogni volta che quella tavola sembrava lui gliela stesse offrendo, (marrone, sbilenca, fredda, gonfia di acqua salata, appena galleggiante. Ma così perfetta) e Jane provava a sfiorarla, ecco che le affondava sotto le dita, scomparendo nelle profondità del mare blu, come gli occhi di James.
Profondi e seri, buffi e pericolosi, da cui tante volte non era riuscita a staccare i suoi di occhi, proprio come forse succedeva ai naufraghi, che ad un certo punto si abbandonavano alle sconosciute pieghe dell’abisso in cui erano immersi, consegnandosi a quel nemico-culla che era il mare.
Jane era andata nell’altra stanza e aveva accesso il computer prima di scendere i tre scalini, blu anche loro, di accesso alla cucina e mettere sul il kettle per il caffè.
Mentre fissava le bollicine di vapore che si formavano nell’acqua in via di ebollizione, aveva guardato fuori per non vedere la neve, ma solo una volpe che camminava furtiva sulla tettoia sotto la finestra.
Buffo.
Si era messa al lavoro: pancakes e torta. Adorava cucinare. La rilassava, la faceva sentire in qualche modo leggera. Era sostanzialmente l’unica attività che davvero, per qualche strana ragione, riusciva a rilassarla.
Una volta infornata la torta aveva guardato l’orologio: otto e dieci. Aveva almeno due ore per sé.
Era tornata nella living room ed aveva acceso il computer, sperando che nulla l’avrebbe distratta dallo scrivere un racconto a cui lavorava da un po’.
Le ore erano volate, i caffè si erano susseguiti e pur avendo tutte le migliori intenzioni di aspettare Christine per fare colazione, mezzo bagle, una fetta di torta e due enormi biscotti al burro di noccioline erano scomparsi dalla cucina.
Poi Christine si era svegliata e avevano finito di fare colazione. Poi avevano fatto finta di provare ad andare a Yoga, finendo in centro dove avevano speso soldi in vestiti di cui non avevano bisogno e alla fine avevano fatto la spesa per cena ed erano tornate a casa a prepararsi per andare al locale di James.
Ogni sabato era per Jane una sfida contro il suo guardaroba, che pur vantando una vasta gamma di vestiti di tutti i tipi sembrava essere assolutamente insufficiente a darle opzioni di vestiario sufficienti per ogni sabato.
Alla fine aveva optato per un vestito anni 70 che ultimamente le andava un po’ grande: non si era resa conto di quanto fosse dimagrita, ma si accorgeva perfettamente di non avere voglia di mangiare tranne che quantità enormi di cibo in rare occasioni. Comfort eating, lo chiamavano lì a Londra. D’altronde non aveva molto alto cui aggrapparsi, anche quello era un po’ un sostituto per quella tavola sbilenca che James non si decideva a dargli, ma neanche a negargli definitivamente.
Mentre finiva di piastrarsi, i capelli pensava a quanto inutile fosse tutto quel preoccuparsi, prepararsi, vestirsi, truccarsi per uno a cui non importava nulla di lei, almeno non in quel senso.
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