sabato 10 ottobre 2009

3.

“Ever fallen in love with someone, you shouldn’t have fallen in love with?” Buzzcocks


James.
Che faceva toc toc nella testa avvolta nel paraorecchie di Jane (sia la testa che il paraorecchi, qui)
James che non capiva, ma che, forse…
No.
Meglio non pensarci, si diceva Jane.
James era l’unico che Jane riuscisse a prendere a pacchetto, l’unico insieme a pochi altri. Ad esempio Christine, ma con lei era diverso. Anche lei era piuttosto strana, e la stupiva ogni giorno, ma non la rendeva perplessa, quello no. E tutto sommato vedeva in James dei tratti tipici di Christine, e credeva che vivere con Christine fosse la reale ragione per cui era riuscita a prendere James a pacchetto.
Dopo sei mesi che si conoscevano, Jane non sapeva ancora bene che lavoro facesse James, sapeva che gestiva un club (ed era lì che si erano conosciuti); sapeva che di giorno lavorava con attori, per lo più teatrali, per una piccola compagnia che si occupava di qualcosa di non ben definito. Sapeva che si era laureato in qualcosa che aveva a che vedere col Marketing, che amava Kafka, gli Smiths, i maglioni di Cashimir a V, ridere, mangiare biologico, bere birra e sidro, indossare camicie improbabili, che avrebbe voluto scrivere e recitare ma non si riteneva abbastanza bravo per farlo come mestiere. Sapeva che era insicuro ma tutto sommato maturo, che alle volte si incazzava per nulla e gioiva per ancora meno. Sapeva che amava la cioccolata calda con la panna, il pesce, odiava il pollo fritto, amava la pizza ma non mangiarla con le mani (bum). Che anche a lui piacevano i gatti, i Simpson e i film seri, le canzoni tristi e quelle sdolcinate, che guardava i documentari della BBC e andava, un pò per lavoro, un pò per piacere, spesso a teatro.
Jane sapeva che di lui odiava i silenzi inspiegati, il non rispondere a certe domande, il provocarla di continuo con i suoi sciocchi segreti che la facevano innervosire. Odiava andare di continuo a sbattere contro il suo muro senza porte, detestava il fatto di non sapere mai cosa dire, cosa fare e come dirlo o come farlo, con lui. Odiava il modo in cui certe volte sembrava sfuggirle, il modo in cui le diceva “sono dei rompi palle”, parlando di altri, o più spesso di altre, facendole venire il terrore che dicesse lo stesso di lei, a volte.
Odiava il suo cappotto di montone vecchio, i suoi guanti bucati, il suo maglione rosso tarmato, la sua camicia con le maniche bianche e il resto quadrettato (bum bum), il fatto che non amasse i film stupidi (o che li amasse e dicesse di non farlo), che non le dicesse mai nulla di lui se non che aveva paura dell’effetto serra. Che lui odiasse il pollo fritto, che mangiasse la pizza con coltello e forchetta, che non la invitasse mai a teatro con lui. Non sopportava il fatto che non l’avesse ancora presa per il polso e avesse detto: domani ci vediamo, facciamo qualcosa, e che non avesse mai provato a baciarla. Odiava quando lui la guardava fissa e lei non poteva avvicinarci più di un pò. Odiava quando lui guardava le altre, quando le altre guardavano lui.
Tutto sommato, lo odiava
A pacchetto.
E questa consapevolezza di odiarlo tanto quanto non, le diceva molto di più di quello che voleva sentirsi di dire, di se stessa.
Aveva detestato le persone tante volte, ma mai del tutto.
Era una che ripescava, Jane.
Spesso qualcuno le andava bene per un pò, poi smetteva di andarle a genio se faceva qualcosa che non le piaceva, e poi ancora lo ripescava dopo un pò, come un pesce troppo piccolo viene rigettato dal pescatore nel mare dopo averlo fatto nuotare per un pò nel secchio con il resto del bottino.
James non lo aveva ancora pescato, continuava a guardarlo girare nel mare sotto la sua barca e da un lato avrebbe voluto fare qualcosa di drastico, come prendere un rentino, tirarlo su e friggerlo col resto.
Dall’altro aveva paura di farlo, perchè era il pesce da cui non era ancora riuscita a staccare lo sguardo, nonostante fosse troppo piccolo, troppo sfuggente, e non della qualità giusta per essere fritto con gli altri calamari della sua vita. Ma era così. Co-sì.
Unico.

Camden la mattina era biancastra.
Era quasi arrivata all’enorme supermercato il cui atrio di solito attraversava per andare in ufficio. Guardò l’ora, erano le nove meno cinque: tardi. Il suo capo trentenne barra dodicenne era forse già li, col sorriso stampato, i capelli a caschetto e le sue ballerine quattro stagioni ai piedi.
Jane odiava arrivare tardi, in un anno e mezzo non era mai arrivata in ritardo una sola volta, sapeva che nessuno di avrebbe poi fatto molto caso, ma era una questione di principio: Lily l’aveva fatta arrivare tardi per tutta l’infanzia, era stata chiamata “la ritardataria” da tutti i maestri, professori e insegnanti di nuoto che aveva avuto.
E fose per questo da quando aveva iniziato ad essere autonoma aveva fatto della puntualità una sua caratteristica.
L’imponente Sainsbury’s troneggiava come un sultano aranciato dall’altra parte della strada, e Jane si era affrettata ad andare verso il semaforo per raggiungerlo. I semafori erano un’altra cosa che a Jane non piaceva proprio: si riteneva, a torto probabilmente, troppo intelligente per usarli; non le sembrava così difficile controllare non arrivassero macchine, in fondo, per cui raramente ci badava.
Faceva tutto parte della sua proverbiale impazienza.
Ma anche lei amava Kafka e la pazienza, tutto sommato, la spaventava. Aveva letto questa parabola, una volta, che raccontava di questo ragazzo che aveva deciso di voler conoscere la verità, per cui si era recato davanti alla porta che la custodiva e lì aveva trovato un guardiano armato fino ai denti seduto accanto all’imponente uscio.
Il ragazzo allora si era seduto, e aveva deciso di aspettare, pensando che prima o poi il guardiano avrebbe pure dovuto alzarsi, e che lui avrebbe saputo approfittare di quel momento di distrazione per dare un’occhiata dentro e sbirciare per un attimo la verità.
Gli anni erano passati, e il guardiano non si era mai allontanato dalla porta. Mai.
Il ragazzo era diventato un uomo, poi un vecchio.
E quando ormai aveva sentito che gli rimanevano davvero pochi minuti da vivere, aveva preso coraggio, si era avvicinato al minaccioso costode, e gli aveva sussurrato “posso dare almeno un’occhiata? Sto morendo, è il mio ulimo desiderio”.
E il guardiano gli aveva risposto: la porta è aperta, lo è sempre stata.
Questo racconto aveva terrorizzato Jane, che dove e come poteva, cercava di evitare di stare ad aspettare, e provava ad aprire tutte le porte che il destino le metteva davanti; riteneva che tanto valeva saperlo, se era destino che ci passasse da quella porta.
Oppure no.

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