“I only knew you for a while, I never saw your smile, till it was time to go, time to go away. Sometimes its hard to recognise, love comes as a surprise and its too lat, its just too late to stay…” Giorgio moroder / Phil Oakey
Lei e James si scambiavano email tutto il giorno.
A volte di più, a volte di meno, ma erano stati davvero pochi i giorni in cui non si erano sentiti da quando si erano conosciuti.
Quando? Si erano conosciuti.
Si erano conosciuti un sabato, per colpa di un venerdi, per colpa di una domenica.
Una domenica Christine e Jane erano andate a Camden Town, come spesso facevano nel weekend, per dare un’occhiata ai vestiti vintage.
Lì, in un negozio di quelli tutti in fila, e tutti uguali, che ci sono nel mercato, avevano trovato un volantino che parlava di una serata Mod in un locale a nord di Londra.
Avevano deciso di andare; ed era strano, visto che non andavano mai da nessuna parte.
Si erano vestite ed erano uscite.
Appena arrivate avevano già capito che il posto, la gente e la musica non sarebbero state quelle che le avrebbero finalmente tirate fuori dalla loro quieta esistenza (tutto ciò in senso ironico: loro nella quieta esistenza ci stavano anche troppo bene).
A un certo punto mentre facevano tappezzeria volontaria Christine si era girata e aveva detto a Jane “dobbiamo andare qui”.
Jane aveva guardato la faccia entusiasta dell’amica e poi quello che stringeva in mano. E aveva pensato: eh?
Non bello, brutto, stupido, triste. Solo: eh? Anzi “eh”, senza neanche il punto interrogativo.
C’era un volantino con questo ragazzo (davvero bizzarro), che stringeva un cartello con scritto “La tristezza ama la compagnia”.
Ora, non è che Jane e Christine fossero due persone particolarmente tristi; anzi, erano sempre lì a ridere e scherzare, ma quello che detestavano, erano le persone stupide.
La stupidità proprio non andava d’accordo con loro, la trovavano volgare e fin troppo diffusa; la “genta” era molto più comune della ben più rara “gente”, ed era ben più ovvia e monotona.
E spesso ingiustamente felice.
Perchè la felicità, per Jane, non era mica così facile. Era come i ravioli al vapore cinesi davvero buoni: non era questione di prezzo, era una questione di giustizia.
Ci voleva una ragione per cui lo fossero buoni. Doveva essere “giusto” dire: sono proprio buoni.
Avevano quindi deciso di andare a quella serata che sembrava tutto quello che il sabato sera a Londra di solito non era: riflessiva, musicalmente impegnata e piena di persone che non sapevano chi fossero tre quarti delle donne in lacrime sulle copertine di settimanali scandalistici.
Erano arrivate, accolte dalle calde note lamentose degli Smiths, e avevano capito di essere a casa.
Ad un certo punto era uscito un ragazzo magro da una delle porte del backstage.
Era piccolo e pallido, indossava una maglietta nera che lo faceva sembrare ancora più sottile e aveva un sorriso stanco, ma vero, come quelli che vengono guardando un film comico, quelli che proprio non puoi reprimere, sulla faccia.
Jane l’aveva guardato e aveva pensato...anzi no, non aveva pensato. Ed era proprio quel non aver pensato che le aveva fatto capire che aveva appena fatto il primo passo in un bel pantano.
Da lì era stato uno scambiarsi l’email, il numero di telefono e un sentirsi sempre più costante, vedendosi tutti i sabati, ma senza mai andare oltre, senza mai fare quel passo in più che avrebbe portato ad un cambiamento di stato.
Era quello che Jane voleva, infondo. Non chiedeva più l’amore eterno, la storia d’amore da film sdolcinato anno ’80; ormai chiedeva solo che qualcosa cambiasse, che uscisse fuori anche una ragazza, una moglie, un figlio, un amante gay. Una insana passione per la tassodermia. Qualcosa che le facesse dare finalmente un senso al loro non essersi ancora lasciati o presi in maniera chiara e definitiva.
Come mettere una pentola d’acqua bollente sul fuoco senza sapere se il fuoco sotto c’è: o si raffredda, o inizia a bollire. Non può rimanere semplicemente calda per sempre.
Aveva aperto la sua casella di posta e scritto “Andiamo a giocare nel parco”?
E premuto invio.
Semplice.
Mentre aspettava (che le sembrava essere sostanzialmente ciò che scandiva le sue giornate, da quando aveva conosciuto James, aspettare.) aveva tentato di fare qualcosa, e davvero lei adorava avere cose da fare in giornate come quella. Sentirsi utile a qualcosa, fosse anche un semplice compito che di solito avrebbe odiato.
Il suo lavoro.
Se non ci fosse stato James, nella sua vita, probabilmente lo avrebbe già mollato da tempo, e invece il fatto che lui funzionasse come valvola di sfogo a ogni risentimento e stato di noia, aveva fatto si che dopo sei mesi Jane fosse ancora lì a chiedersi che cavolo ci faceva, a quella scrivania, a fare cose che non le davano la minima soddisfazione.
Mentre controllava che degli spot fossero stati approvati per la messa in onda sui canali per bambii ( e.n.t.u.s.i.a.s.m.o), Jane aveva visto la quadrata casellina della sua posta privata comparire al lato dello schermo come una talpa da un buco nel terreno, fermarsi per qualche secondo, e tornare sotto terra.
James.
Aveva aperto l’email e aveva letto, come prevedibile, che freddo, che bello, non posso venire, ma mi piacerebbe fare un pupazzo di neve con te.
Ecco cosa detestava, di James.
Beh, eccone una, almeno.
La sua assoluta e totale mancanza di razionalità pratica: voglio dire, era alquanto improbabile che lei, che James sapeva benissimo avere un lavoro stabile, sempre uguale, dalle nove alle cinque e trenta come in qualsiasi altro ufficio, potesse mollare tutto ed andare DAVVERO a giocare nel parco.
Jane aveva deciso comunque di rispondergli a tono, e aveva detto che no, forse non potevano andare davvero nel parco, ma potevano far finta di esserci.
Si erano rincorsi, fatti dispetti, tirati palle di neve per ore.
Ma mica davvero.
Ma neanche per finta, però.
Poi ad un certo punto James aveva smesso, e Jane era stanca e felice come se ci fossero andati davvero, in quel parco a fare a palle di neve. Ed ecco un’altra cosa che non riusciva ad accettare di James: quanto potesse renderla felice così, per una stupidaggine, e quanto potesse atterrarla in un attimo con mortale precisione, come un missile israeliano un aereo palestinese in una giornata di cielo sereno (o un cannolo siciliano alla fine di un pasto)
Era questo, che la lasciava perplessa, sia di lui che di se stessa: e forse il segreto era proprio li, la perplessione che le causava James non era solo dovuta a lui, ma anche a come lei stessa si stupiva di reagire a tale perplessione.
Spariva, magari, nel mezzo di una conversazione seria.
O uscivano, e.
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