mercoledì 14 ottobre 2009

7.

“It’s not better to be safe than sorry” A-ha


Ogni sabato. Ed era venerdi.
Presto sarebbe stato sabato. Jane non sapeva se voleva arrivasse di corsa, o non arrivasse mai.
Però ad un certo punto le decisioni le devi prendere. Devi farlo. Non c’è storia che tenga. Devi dire a te stessa, ad un certo punto, che forse il momento di fare qualcosa è arrivato. E tu lo sai che non vale la pena fare nulla di eclatante, che basterà un piccolo gesto, e sarà come premere un bottone in un libro di fantascienza: il mondo esploderà.
O non lo farà.
Quanto aveva fatto per James? Alternava momenti in cui realizzata di aver fatto davvero di tutto per fargli capire quanto teneva a lui, a momenti in cui credeva di non aver fatto abbastanza, di non essere stata sufficientemente chiara, mai, ancora. Per James.
L’aveva invitato ad uscire e lui aveva cambiato discorso, gli aveva portato regali, fatto tutto quello che lui gli chiedeva e troppo di quello che lui non aveva mai chiesto; era stata a sua completa disposizione, gli aveva risposto alle sue stupide email e messaggi a qualsiasi costo (uscendo di notte per ricaricare il cellulare, aprendo la sua casella di posta elettronica personale durante il lavoro, magari mentre il capo la fissava...)
E non sapeva nulla di lui, non sapeva se lei era una come mille altre nella sua vita, o se era l’unica con cui li aveva quel tipo di rapporto. C’era un modo per saperlo? Oltre che chiederlo? E a anche chiedendolo, avrebbe cambiato qualcosa? La sua risposta, sarebbe stata attinente?
Le risposte di James non lo erano mai, e lei l’adorodiava, per questo. Aveva sempre amato più le domande delle risposte, lei. Ma in questo caso era troppo confusa per apprezzare la cosa. E in questo caso avrebbe voluto saper chiedere.
O forse solo che lui sapesse rispondere.
Voleva fare qualcosa, anzi voleva che lui facesse qualcosa per cambiare le cose, ma si era resa conto di stare proprio sbagliando tutto: era lei che per quanto ne sapesse, stava male in quella situazione.
Era lei che soffriva quando lui spariva, era lei che si tormentava su come lui si comportasse. Era lei, ad essere a pezzi; a ritrovarsi ogni domenica a ingurgitare moli spropositate di “comfort food” pur di scacciare l’angoscia ed il peso di non essere riuscita a dire, e di una situazione in cui, di nuovo, nulla era cambiato.
Avrebbe voluto avere il coraggio, la capacità e la maturità per chiamare James e dirgli di incontrarsi, insistere per incontrarsi, perfino, e spiegargli come poteva che da quando l’aveva conosciuto aveva capito cosa volevano dire tutte le poesie, tutte le canzoni, tutti i film in cui si diceva che l’amore vero si riconosce perchè da chi amiamo tolleriamo di tutto e anche se arriviamo ad odiare l’altro per tutto quello che fa, gli consentiamo di fare certe cose, di comportarsi in certe maniere, che non consentiremmo a nessuno.
Anzi lo amiamo per quelle maniere che odiamo
Jane spesso pensava: quanto ti odio, quanto sei fastidioso, quanto potrei fare una lista infinita delle cose che non vanno in te, sarebbe così lunga da poter andare avanti per ore a leggertela; e quanto odio il fatto che so che tu mi guarderesti innervosito e stufo dopo le prime due righe dicendo qualcosa tipo “se mi odi così tanto allora cosa vuoi da me”?, oppure semplicemente faresti una battuta scema pensando di sistemare tutto; pensando che in fondo sto scherzando. O non diresti niente: ecco. Si. Forse si.
Ma poi giorni passavano senza che lui si facesse sentire, magari due, e lei non aspettava altro che ricevere un messaggio, un’email, una telefonata da lui.
E spesso sapeva che se avesse aspettato l’avrebbe ricevuta, e certe volte ce la faceva, ad aspettare, perchè tanto prima o poi arrivava. Ma certe volte no, certe volte era lei che cedeva e si sentiva dare le solite laconiche risposte da lui.
Christine le era spuntata alle spalle come sempre, con cappotto e sciarpa bianca già indossata: “Andiamo allora?”
Jane non si era resa conto fossero già le cinque e mezzo. Tipico. Di quando aspettava una risposta da James.
“Allora andiamo?”
“Ok” aveva detto Jane spegnendo il computer e spingendo la sedia viola, imbottita, indietro.
“Che mangiamo a cena? Ti va...ti vanno gli spiedini al forno?”
“Dai si, buoni!” aveva detto Christine entusiasta.
Jane cucinava per lei e per Christine tutte le sere. Preparava tutte le mattine la colazione per l’amica, e il brunch (e la cena) nel weekend . Le piaceva farlo, le piaceva avere qualcuno di cui prendersi cura. E che questo qualcuno apprezzasse il suo prendersene cura, per l’appunto. Non si aspettava nulla in cambio, ovviamente, ma apprezzava che Christine fosse genuinamente felice di trovare sul tavolo le fette di pane già imburrate e immarmellatate, al mattino, e mangiasse la cena di gusto tutte le sere.
Jane era sempre stata quel tipo di persona che ama vedere gli altri mangiare quello che cucinava, ridere per quello che diceva, passare una mezz’ora piacevole leggendo le sue storie.
Non lo faceva, come molti, inclusa Christine, credevano, per manie di protagonismo o voglia di stare al centro dell’attenzione; lo faceva per reale piacere nel realizzare di essere in qualce modo stata capace di far stare qualcuno meglio di come stava prima. Certe volte pensava a quanto l’idea che la gente aveva di lei fosse errata: tutti la credevano una persona ambiziosa e determinata; che non voleva altro se non avere successo, fare qualcosa di grande ed eccezionale e che aveva la capacità e i mezzi per farlo.
I fatti, purtroppo o per fortuna, davano ragione a chi la credeva cosi: a ventiquattro anni era laureata, aveva alle spalle un master, esperienze di lavoro come copywriter e PR, si era trasferita a Londra da una piccola città di provicia italia a e subito era stata assunta a tempo indeterminato per una delle compagnie media più famose del mondo.
Eppure a Jane tutto quello non interessava.
Le dava molta più soddisfazione preparare una cena per i suoi amici o scrivere un racconto che nessuno avrebbe letto, piuttosto che pensare a tutto quello che professionalmente aveva raggiunto nella sua vita.
Forse, in fondo, il suo ideale sarebbe stato di essere una mamma casalinga, che alterna il suo tempo tra il prendersi cura della famiglia e lo scrivere libri.
Chissà quanta gente realizzava che non stava scherzando, quando ogni tanto lo diceva. Da un certo punto di vista sperava qualcuno ci fosse, ma da un altro sperava nessuno la prendesse troppo sul serio: aveva paura non accadesse mai e di ritrovarsi a dover rimpiangere quel mai accaduto non solo con se stessa, ma anche con gli altri.
Faceva tutto parte della stessa grande fotografia, per Jane, la “big picture”, come dicevano lì a Londra: non condivideva le sue informazioni personali perchè Jane sapeva bene che la vita è imprevedibile. La vita è assurda. La vita è dolorosa e faticosa. E che condividere un sogno, un desiderio...una mancanza, è il modo migliore per renderli ancora più mancanti.

Forse, tutto sommato, lei con Salinger, era d’accordo.
Non raccontare mai nulla a nessuno era l’unico modo per non dover mai sentire il peso di quello che si era raccontato. Molti dicevano che condividere segreti, desideri, ambizioni era il modo migliore per renderle meno gravose su quella che il mondo chiava “anima”; per Jane, al contrario, voleva semplicemente dire doversi confrontare non più solo con i suoi demoni interni, che le ricordavano di continuo quanto lontana fosse dalla meta, ma anche con quelli esterni.
In fondo, pensava, era felice che nessuno l’avesse davvero mai capita. Che nessuno avesse mai capito quanto bisogno aveva di un abbraccio, a volte; quanto doloroso era per lei non poter mai sentirsi fragile. Non conquistare le cose che voleva.
Era un modo per proteggersi, quel non farlo capire. E tutto sommato, credeva lei, funzionava.
“Ecco, l’abbiamo perso”
“Lo sai che ne passa uno ogni due minuti Jane, quindi smettila di lamentarti per favore”
“Non mi lamento, dico solo che Murphy aveva proprio ragione, tutto quello che può andare male, va sempre male”
“Ma su è solo un bus”
“Part of the big picture...” aveva risposto Jane.

Si rendeva conto che la perplessione di Christine era giustificata e giustificabile: sapeva che Jane non amava il suo lavoro, che era pessimista di natura e che tendeva sempre a vedere il lato più nero delle cose, ma non sapeva di James.
Non sapeva che le giornate di Jane avevano una sfumatura totalmente diversa quando lui era di buon umore e la faceva divertire con le sue email. Non sapeva quanto non sentirlo per due giorni cambiasse tutta la sua prospettiva sulla vita, sul lavoro, sull’universo, per fino.
Non sapeva quanto lui fosse indispensabile, ormai, per Jane, per sentirsi a posto con se stessa.
Non lo sapeva.
E forse non lo avrebbe mai saputo.
“Ecco il ventinove! Cavolo quanto è pieno!”
“Dai che ci riusciamo” aveva detto Jane.
Erano salite dul bus srizzandosi tra gente di tutti i tipi e colori, e odori. Odiavano entrambe quei quindici minuti che le separavano da casa, ma sapevano di essere fortunate a vivere così vicino all’ufficio lamentarsi sembrava ridicolo, considerato che la maggior parte dei loro colleghi dovevano fare almeno un’ora di viaggio per tornare a casa.
Londra era enorme.
Jane se ne era resa conto da poco. Sembrava, in realtà, molto più piccola di Roma, a viverci: i trasporti funzionavano e in certe zone non si andava mai. Eppure, quando guardavi anche solo alla mappa della metropolitana avendo un’idea di come fosse fatta la città, non potevi non realizzare quanto immensa, e complicata, e intricata, fosse la sua geografia.
Tutta quella grandezza era terrificantemente rassicurante, pensava Jane: era come svegliarsi da bambino nel lettone dei tuoi genitori, vuoto, quando hai la febbre. Per un attimo ti senti perso, in quell’enorme spazio vuoto, ma poi capisci che sei al sicuro, tutto sommato, più lì che se fossi nel tuo di letto.
Londra era così: disorientante e accogliente, per lei.
Un posto si era liberato e Jane, come sempre, aveva fatto sedere Christine.
C’era questo strano rapporto madre-figlia, tra loro, che alle volte avrebbe sfiorato il ridicolo. Se solo Christine ne fosse stata cosciente.

Tanto Jane pensava alle cose che le accadevano e che vedeva intorno a lei, profondamente e costantemente, tanto Christine non pensava a nulla, e non si preoccupava di trovare una spiegazione o una ragione a nulla. Forse, di nuovo, era per queste enormi differenze nell’affrontare la vita che la loro amicizia funzionava così bene. Se entrambe fossero state ansiose, pessimiste e “materne” come Jane, probabilmente non sarebbero mai riuscite a far andare il loro rapporto da nessuna parte (tranne che in un manicomio); invece si bilanciavano. Tanto eccedeva una nell’essere costantemente angosciata e preoccupata per tutto, tanto l’altra affrontava ogni momento della giornata a cuor leggero e senza farsi più di tanto toccare dagli eventi quotidiani, che per Jane erano sempre una lotta contro tempo e destino: si svegliava un’ora prima del necessario, faceva la colazione per lei ed Christine, si preparava e poi svegliava l’amica. Tornava dal lavoro e faceva la cena, gestiva le bollette, l’affitto, il loro conto comune.
E non lo faceva (solo) perchè le piaceva farlo, lo faceva perchè Christine non lo avrebbe fatto, quindi non c’era molta scelta.
Tuttavia Jane era felice di avere qualcuno di cui prendersi cura: probabilmente il fatto di essere cresciuta con una madre che pur amandola più di ogni altra cosa non era mai riuscita a fare l’adulta era una delle cause del suo essere così materna e matura relativamente alla gestione della casa e della sua piccola “famiglia” (lei ed Christine).

L’autobus aveva frenato di colpo mandandola a sbattere contro un signore con il cappello con la visiera che puzzava di alcol e vestiti sporchi: che bella chiusura di serata, pensò Jane. Ma erano quasi arrivate a casa, e fortunatamente la sera dopo il lavoro era spesso troppo stanca per porsi il problema di quanto potesse essere repellente la gente, se ci si impegnava,
Lei ed Christine avevano deciso, tacitamente, di scendere alla fermata che precedeva la loro: era sempre vantaggioso evitare due o tre semafori per arrivare a casa prima.
“Abbiamo tutto o ci serve qualcosa?”
“Credo abbiamo tutto” aveva detto Christine e Jane si era resa conto, come faceva tutte le sere quando poneva la stessa domanda all’amica sulla strada di casa, che Christine non aveva la minima idea di quello che c’era nel loro frigo o credenza, come poteva aspettarsi notasse qualcosa di mancante?

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