lunedì 19 ottobre 2009

10.

”Goodbye and I choke, try to walk away and I stumble, though I try to hide it, it’s clear, my world crumbles when you’re not here” Macy Gray



La settimana precedente Christine era uscita con un amico e lei non aveva proprio voglia di rimanere sola, così aveva sentito James, che aveva da fare per lavoro ma che aveva detto le avrebbe fatto sapere. Lei l’aveva chiamato prima di uscire dall’ufficio e tutto quello che aveva ottenuto da lui in risposta era stata una telefonata ore dopo, in cui non si sentiva nulla e in cui era riuscita a capire solo che non aveva nessuna intenzione di incontrarla.
Aveva deciso di lasciar perdere e pensare ad altro, (per esempio a come fare la focaccia sabato mattina), era andata nel suo locale come tutte le settimane e per una volta se ne era andata serena, dicendogli “Ci vendiamo sabato prossimo”. Per poi essere svegliata il giorno dopo all’una, dal trillo fatinoso del cellulare che annunciava una chiamata proprio di James. Non aveva fatto in tempo a rispondere e ancora nel dormiveglia (cosa strana, vista l’ora, per Jane; che di solito non dormiva mai dopo le undici la domenica nonostante fosse andata a dormire alle cinque del mattino) aveva afferrato il cellulare, chiuso la porta bianca della camera da letto e richiamato James senza neanche sentire il messaggio che lui le aveva lasciato.
Appena lui aveva risposto, lei aveva capito dell’errore commesso: la prima frase che si era sentita rivolgere era stata “Mio Dio, hai una voce atroce!”
In effetti, la sua voce era atroce. Ma non era bello sentirselo dire, comunque.
Sembrava quella dei maniaci nei film comici: impastata, cupa e granulosa, se ne rendeva conto da sola.
Aveva fatto finta di essere già sveglia da un po’, comunque, e aveva imputato il tono lugubre (da travestito Brasiliano, a volerla dire tutta) al fatto di non aver ancora avuto occasione di dire nulla.
Quel giorno doveva andare all’Ikea con Christine, era una cosa programmata da tempo e si ricordava di averlo detto a James, che evidentemente se ne era dimenticato, o semplicemente non gli aveva dato importanza.
Così si era preparata ed era andata, passando un pomeriggio dei più belli che potesse ricordare e salutando James come salutava suo padre quando, a sei anni, ripartiva per tornare al lavoro dopo aver passato due settimane al mare con lei e sua madre, lasciandole da sole a godersi le loro ben più lunghe vacanze.
Jane ricordava perfettamente come si sentiva: impotente.
Stessa cosa era successa quando James l’aveva lasciata andare senza dire o fare nulla per farla rimanere: impotente.
Avrebbe voluto urlargli in faccia: c’è qualcosa che posso fare, per farti rimanere? Per farti dire qualcosa che mi faccia capire che vuoi che rimanga? Sapeva, da bambina, che se lo avesse chiesto a suo padre, di restare, magari tra le lacrime che soffocava ogni volta, lui avrebbe voluto stare con lei, ma forse non avrebbe potuto; la cosa che la faceva stare male di James è che sapeva che lui avrebbe invece potuto, semplicemente non voleva.
E tutte le volte che Jane si ripeteva che non ne valeva davvero la pena, per nessuno, di trascinarsi così a lungo dietro a un rapporto che non aveva un nome, e quindi non aveva un senso, e che non le dava nulla se non dolore e sfinimento; ma tutte le volte che proprio rinunciava non a sperare, ma a pensare che qualcosa come “loro due” sarebbe mai potuto esistere, era lì, in quel territorio di rassegnazione, che James l’andava a ricercare e lei, per ora, non era ancora stata capace di tirarsi indietro.
O di nascondersi abbastanza bene.

Aveva sentito la porta aprirsi mentre metteva il riso sul fuoco e aveva visto la faccia gonfia di sonno di Christine spuntare come un gufo curioso in cucina.
“Senti, ti dispiace se rimandiamo l’Ikea?”
“Umf, come mai?”
“Mi ha chiamato James ha due biglietti (non era vero) per uno spettacolo che voglio vedere da un sacco (ancora meno vero)...solo che è alle quattro..”
“No figurati vai vai..”
“Grazie! Ti va bene la pasta con burro e prosciutto?”
“Si qualsiasi cosa, grazie”
Non capiva, come sempre capitava, se Christine fosse particolarmente disturbata dal cambiamento di programma, o non per nulla toccata. Era difficile, capirlo, quando la tua migliore amica aveva il carattere di un uomo di un telefilm d’azione: interessato solo agli affari suoi, sostanzialmente.
“E che spettacolo è?”
“Ehm, non mi ricordo il titolo, ma ho letto che c’era su Time out e volevo andare da un po’ (non vero. Falso. Non ne aveva mai sentito parlare e non aveva neanche ben capito il titolo al telefono).
Non sapeva perché non riusciva a dire a Christine la verità, forse perché sarebbe suonata più o meno così: Christine, mi ha chiamato James per andare a teatro oggi pomeriggio. Se avessi avuto la mia stessa laurea, o il mio stesso funerale, se la regina mi avesse chiamato per farmi “baronetto”, oggi, sarei andata con lui lo stesso, quindi ti rendi conto che l’Ikea non mi è proprio venuta in mente quando ho accettato di andare.
E non sarebbe stato molto dignitoso.
Christine era strana, da questo punto di vista, era davvero poco femminile, a Jane non era mai capitato di non sentirsi di raccontare alla sua migliore amica di quanto le piacesse un ragazzo, eppure con Christine non c’era mai riuscita.
Era come se Jane sapesse che la sensibilità dell’amica non le avrebbe consentito di capire quanto per lei quella cosa era importante. Christine aveva avuto più relazioni serie di quante ne avesse avute Jane, ma una grande delusione d’amore l’aveva forse fatta tornare indietro a quel periodo dell’adolescenza in cui ci si innamora di professori, amici dei genitori e adulti in genere, possibilmente adulti con problemi o atteggiamenti bizzarri.
In quel periodo Christine sembrava essere seriamente presa da un panciuto signore cinquantenne con il ciuffo alla Morrissey che gestiva la distribuzione delle cassette nel loro ufficio; un uomo di cui nessuno sapeva il nome prima che arrivasse lei e con cui nessuno parlava mai, a parte qualche eccezione dovuta al lavoro.
Jane era indecisa tra il credere (lo sperare) che Christine stesse scherzando, quando passava ore a dire “quanto è carino, quanto è dolce”, e la consapevolezza che non stava scherzando quando tentava di fargli capire che forse non era il caso di continuare a rendersi ridicole in quel modo.
Christine era la persona più lunatica del mondo (dopo James, comunque, cominciava a sospettare Jane) e quando qualcosa nella sua vita non andava come voleva lei diventava intrattabile e per nulla piacevole, ma non spiegava mai perché, anzi cercava sempre di far finta di nulla, non sforzandosi però per niente di nascondere la sua insofferenza e improvvisa antipatia: come fanno, appunto gli uomini con le giacche con le frange nei telefilm sui cacciatori di taglie, o il protagonista di un film anni 50. Jane credeva seriamente che vivere con la sua migliore amica fosse una specie di palestra per il matrimonio, e la cosa la divertiva abbastanza.
Aveva imparato, con il tempo, a essere più “femminile” e a trattare l’amica come, supponeva, sua nonna trattava suo nonno all’inizio: le cucinava, le diceva cosa fare senza aspettarsi iniziative da parte sua, insisteva perché Christine le parlasse di quello che le passava per la testa (attraversando un mare di “niente”, “cavoli miei” “no, ti sbagli” “fanculo”, ogni volta), la consigliava e, proprio come nelle migliori tradizioni, le nascondeva i suoi, di segreti.
“Che mi metto? Dici che è freddo?”
“Per me si”, ma per Christine era sempre freddo.
Alla fine Jane aveva indossato un vestito rosso con i suoi stivali preferiti e un cappotto che aveva messo solo una volta, ed era uscita.
Per rendersi conto, appena scese le due rampe di scale morbide (moquette blu) e aperto la porta pesante (legno, bordò) che pioveva (acqua, grigia). Era tornata di sopra di corsa e aveva scambiato il cappotto con l’ormai immancabile Parka imbottito che le aveva regalato suo padre per il compleanno e che in molte occasioni, all’uscita del locale di James, l’aveva salvata dal morire congelata.
Era arrivata al teatro in anticipo, come sempre, e aveva aspettato James, in ritardo, come sempre, che aveva pagato i biglietti per entrambi. Erano entrati e si erano seduti, avevano parlato per qualche minuto delle solite cose e Jane, per tutto lo spettacolo, aveva cercato di assaporare i momenti in cui le loro braccia, spalle o gambe erano in contatto. Non sapeva se James ci stesse facendo caso o no (propendeva per il no), ma in quel momento non contava per lei. Tutto quello che importava, si era resa conto, era il braccio di James, dentro la camicia di James, dentro il maglione di James e il suo maglione con dentro il suo braccio: e il loro punto di contatto stratificato. Lì c’era tutto, per Jane. Se avessero dovuto costruire un palazzo con i sentimenti che provava per James, l’unico modo per trovare l’esatto baricentro della costruzione era guardare lì, tra le pieghe dei loro maglioni, dove la loro pelle in potenza si stava toccando.
Lo spettacolo le era piaciuto molto e alla fine James aveva detto di conoscere l’attrice protagonista, così si erano alzati ed erano andati ad aspettarla. Nel corridoio, mentre guardavano le persone lasciare il teatro, Jane aveva sistemato i capelli di James che non ne avevano realmente bisogno, poi era arrivata la ragazza e aveva proposto di andare a bere qualcosa: Jane non aveva aspettato che James glielo chiedesse, forse sbagliando, e si era unita al gruppo.
Avevano bevuto cioccolata calda, bianca e dolce, in un caffè del centro, avevano parlato dello spettacolo. Jane non si era sentita per nulla a disagio in mezzo agli amici/clienti di James (aveva poi scoperto che l’attrice era, in effetti, sotto contratto con l’agenzia per cui lui lavorava), anzi aveva provato la strana sensazione di essere nel posto giusto, con le persone giuste.
Cosa che non le capitava da tempo.
James aveva anche fatto qualche battuta su di lei, che l’aveva messa ancora più a suo agio. Ma non sapeva se il fatto che lei si fosse unita a loro l’avesse infastidito o lusingato. Oltretutto, mentre era lì, era evidente che tutti stessero pensando che lei e James erano una coppia, e la cosa la rendeva felice, ma la infastidiva anche.
Perché non erano.
Non LO erano.

E poi si erano salutati, e il loro saluto aveva saputo di quel treno che prendeva suo padre quando se ne andava, e lei era tornata a casa, felice e tristissima, e come sempre quando era felice e tristissima aveva optato per un take-away e un gelato.
Sapeva che era sbagliato, ma era come se non avesse scelta.
In quel momento non c’erano alternative, si trattava di ordinare una pizza gigante e mangiare un kg di gelato alla vaniglia.
Oppure;
tornare indietro, prendere James per la manica del suo orrendo cappotto di montone e non lasciarlo mai più andare via.
La seconda opzione le era oggettivamente sembrata poco concretizzabile, visto lo stato del loro rapporto; e Top Shop era già chiuso, per cui non avrebbe neanche potuto fare shopping anti-depressivo d’emergenza.
Era rimasto solo il take-away. E il gelato nel frigo.
Ovviamente.

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