martedì 13 ottobre 2009

6.


“You are the habit I can't seem to kick. You are my secrets on the front page every week. You are the car I never should have bought. You are the train I never should have caught. You are the cut that makes me hide my face. You are the party that makes me feel my age.” Pulp


Uscivano.
Erano usciti poche volte, ma tutte lei aveva avuto la sensazione che lui non vedesse l’ora di andarsene, o che lei se ne andasse.
Chiunque (lei inclusa) avrebbe convenuto che non valeva la pena stare dietro a qualcuno così; qualcuno che evidentemente, nel caso specifico, non era affatto interessato ad avere un qualunque tipo di rapporto barra relazione con lei, ma c’era qualcosa che continuava a lasciarla perplessa. Ed era il fatto che nonostante tutto, in fondo (cioè davvero giu’) non aveva la sensazione di disturbarlo, non era come battere la penna sul tavolo durante un esame, uscire con lui.
Era più come essere uno di quegli studiosi che stanno mesi e mesi nella foresta pluviale ad osservare i gorilla.
Ecco, i gorilla.
Lei si sentiva proprio come se stesse facendo abituare un gorilla alla sua presenza. A parte la dimensione, l’assenza di pelliccia (o la presenza limitata, di pelliccia), la facoltà della parola (limitata, comunque, anche quella) e la consapevolezza di possedere un pollice opponibile, con James le sembrava di avere a che fare con un gorilla. Scorbutico per giunta.
Doveva fare attenzione a non fare mai un passo di troppo, un movimento in più, un gesto fuori posto: altrimenti ogni centimetro guadagnato in ore e ore di faticoso appostamento veniva vanificato, e lei si vedeva costretta ad una vergognosa ritirata (anche se non inseguita da un feroce bestione che batte i pugni sul proprio torace peloso in segno di sfida..).
Ma lui raramente, forse mai, le aveva detto no.
E lei lo avrebbe voluto più di ogni altra cosa, a volte. Perchè sarebbe stata almeno una risposta, un modo per capirci qualcosa; pare le risposte servano a questo. Almeno.

Jane si era girata verso la televisione perennemente accesa che si rilassava sulla sua scrivania. La stazione su cui era perennemente settata era un canale di video musicali vecchi, vintage avrebbe detto qualcuno. Per Jane erano semplicemente vecchi, e per quello le piacevano. Non era mai stata al passo coi tempi.
La giornata era trascorsa tutto sommato velocemente, guardano fuori la neve sciogliersi ai bordi del brodoso canale che si strusciava dentro Camden e svolgendo quel poco di lavoro che per fortuna era appunto poco.
Il vecchio parente nè simpatico nè antipatico aveva incominciato a pesare, nonostante tutto, verso le quattro; casualmente proprio quando il gorilla-James aveva smesso di rispondere alle email di Jane che lo intimava di smettere di tirarle palle di neve e portarla a prendere una fetta di torta con un tea.
Era parte del gioco, ma Dio sa quanto avrebbe voluto che lui ce l’avesse portata davvero, a prendere quella fetta di torta.
È che poi le cose non sono mai come te le immagini. E anche se magari sono pure meglio, comunque un pò deluso rimani. È che tu le volevi come le avevi immaginate, proprio così.
Le sensazioni non sono mai controllabili e catalogabili come vorresti.
E non sai mai bene cosa dire. Sai cosa pensare, però. Ed è lì che nasce il problema: perchè lo pensi, lo sai, ma non lo puoi dire e quindi non “fa senso”, rimane là, insieme a quella sigla dei puffi che ancora ti ricordi a memoria anche se non guardi i puffi da vent’anni e il fatto che la pizza appena freddata ti faccia schifo, ma che la mattina dopo ti piaccia di più di quella calda : sono realtà che capisci, ma non gli sai dare mica un senso. E forse è proprio per quello che ci pensi su.

Jane aveva preso una caramella senza zucchero, alla fragola, dal cassetto accanto alla sua scrivania, e se l’era messa in bocca scartando il pacchetto con le labbra. Era dolce, ma quel dolce finto del senza zucchero, che lo sai che è dolce, lo senti che lo è, ma non lo è mai come lo sarebbe se lo zucchero usato fosse quello vero.
Quello che fa male.
Aveva guardato i suoi colleghi, che sembravano tutti così felicemente tristi da non meritare nessuna parola aggiunta al loro cospicuamente vuoto silenzio, e si era alzata per andare in bagno.
Mentre camminava sul bordo del cratere che l’ufficio dove lavorava aveva al centro (in realtà era un semplice piano rialzato, con un grande spazio vuoto al centro, ma a Jane era sempre sembrato uno strano vulcano geometrico. Forse anche per l’odore di bruciato che saliva costantemente dalla caffetteria) Jane pensava che fosse proprio venuto il momento di comprare un altro paio di stivali. Come quelli che indossava, possibilmente, ma marroni.
Jane aveva una specie di bizzarra ossessione per gli stivali.
Ne aveva di tutti i colori, altezze, versioni eppure non le bastavano mai. Cominciava davvero a credere di avere una qualche patologia non meglio specificata che comrendeva tra i sintomi: acquisto incondizionato di smodate quantità di calzature. Anzi no: stivali. Chissà perchè poi.
“Bagno?”
“Bagno”
Aveva risposto Christine senza staccare la faccia dallo schermo. E aveva seguito Jane nelle pieghe del serpentoso ufficio, e giungendo alla fine nel bagno accanto al settore creativo.
Il bagno era un luogo di culto per loro due: un pò perchè bevendo di continuo erano lì spessissimo, e un pò perchè le faceva sentire ancora due adolescenti che andavano a raccontarsi segreti nell’unico luogo dove i professori non le avrebbero potute cercare. Peccato che i loro capi fossero tutti donne. Ma c’era comunque la barriera della lingua che le consentiva di parlare come volevano di chi volevano, usando ovviamente soprannomi studiati ad hoc per tutti.

Un’altra cosa che perplimeva Jane, di tutta la storia di James, era che non aveva detto nulla a Christine.
Sospettava lei avesse capito, comunque. Tra amici di quel livello certe cose alla fine si intuiscono, ma Christine era discreta fino al limite dell’indifferenza (o indifferente, per cui discreta?), e non faceva domande. Così Jane si ritrovava a dover chiedere alle sue amiche storiche (amiche vere, forse, nonostante il tempo e la distanza. Che poi, contassero davvero..), lontane, consigli a riguardo. Sarebbe stato tutto più facile se lei avesse trovato il coraggio di raccontare alla sua convivente/amica che da mesi era completamente cotta di James, ma non ce la faceva. Non sapeva bene perchè, quella volta davvero non riusciva a dirlo.
Non riusciva a capire se il problema fosse il fatto che si trattava di James, oppure che così presa da qualcuno, così a lungo, non lo era mai stata e questo la faceva sentire fin troppo vulnerabile.
Certo Christine conosceva James, e tutto sommato Jane sospettava un pò piacesse anche a lei, ma non davvero, giusto quel poco che bastava a far sentire male Jane tutte le volte che il nome del ragazzo veniva fatto dall’amica.
Forse Jane aveva paura che sarebbe tutto rimasto un sogno nella sua mente, e che se lo avesse detto ad Christine lei avrebbe continuato a parlarne facendola sentire a disagio come a volte era successo con altre cose. C’entrava anche il fatto che in realtà, di materiale, tra lei e James non c’era nulla. E che quindi se sentiva sinceramente ridicola a parlarne con l’amica ingegnera per cui l’equazione era: “lingua in bocca state insieme, niente lingua in bocca pietra sopra” .
O forse c’era troppo, ed era tutto troppo reale; e Jane aveva letto troppo Salinger, che nel Giovane Holden suggeriva di non raccontare mai nulla a nessuno, altrimenti alla fine si finiva per sentire la mancanza di tutti.
Che stronzata, disse tra sè.

“..e poi gli ho toccato i capelli! Aveva della neve e io gliel’ho spazzolata via”, diceva Christine parlando di un tipo inquietante a cui da mesi andava dietro. Jane aveva annuito, riso e detto “tu sei scema” , come faceva sempre, pensando a quanto volesse bene ad Christine, ma quanto potesse essere infantile l’amica quando ci si metteva. Gli amori di Christine non erano mai per persone reali, gli amori di Jane erano con persone reali con cui però per una ragione o per un altra alla fine non poteva comunque stare.
Bel circolo.
Bella coppia.
Jane tendeva ad essere attratta da persone con un lato oscuro piuttosto evidente (tipo Charles Manson incrociato col reverendo di Settimo Cielo e il bambino malato di cuore di Holly e Benjy) persone che avevano qualcosa che lei intuiva bene, ma sapeva gli altri percepivano solo. Christine invece, ancora in pieno complesso edipico, era attratta da cinquantenni impacciati che le ricordavano suo padre.
Alle volte si chiedeva come facessero ad essere amiche, loro due, eppure lo erano. Come accadeva a Jane con pochissime altre persone. E forse era proprio così che doveva essere, in una relazione. In quel tipo di relazione unica che solo le grandi amicizie, ed i grandi amori, sanno essere: non c’è ragione per cui ci si voglia disperatamente bene, ma ad un certo punto ti accorgi che quell’assenza di ragioni, quella mancanza, è molto più forte di qualsiasi presenza.
Era la teoria degli effetti essenzialmente secondari che aveva studiato all’università, aveva pensato Jane.
In fondo l’amicizia vera, e l’amore, sono come l’arte.
Se non manca qualcosa, qualcosa di grande, non funzionano.
Ed era l’unica arte che amava quella a cui mancava qualcosa, Jane. Forse era solo perchè era sostanzialmente più facile volere bene a qualcosa che non si concedeva mai totalmente, qualcosa che rimaneva sempre un pò in ombra. Ma tutto sommato a lei piaceva cosi, o meglio: riusciva ad amare solo così.
Le persone, perchè lei potesse davvero amarle al cento per cento, dovevano essere come un prisma rotante, magari mostrarli tutti, i proprio lati e le proprie sfaccettature, ma mai tutte insieme, e mai tutte nello stesso momento, quando sarebbero state inondate dalla medesima luce.
Era un pò come studiare l’universo, allora, amare: potevi stare secoli su ogni singolo metro quadrato di superficie, ma sapevi bene che era sostanzialmente inutile sperare di ottenerne una definizione conclusiva, perchè appena ti spostavi da una sezione ad un altra, quella precedente cambiava e smetteva di essere quella su cui ti eri concentrato e che avevi imparato a conoscere così bene.
Era il motivo per cui lei amava un certo tipo di arte, e forse sarebbe stato anche il motivo per cui un giorno sarebbe impazzita, pensava.
In lei si incontravano la voglia di scoprire tutto, di tutto sapere, e l’attrazione per cose e persone che non potevano mai essere del tutto afferrate, conociute...sapute.
James era cosi; ed anche Christine. Ed anche Klee, il pittore che Jane amava tanto, Lynch con i suoi film e la filosofia: nessuno era un pavimento stabile, una lavagna nera su cui fare meri conti. Tutti erano mutevoli nella loro stessa mutevolezza, e inafferrabili in quanto tali.
Christine, da questo punto di vista, era ancora quella che a questa caratteristica rispondeva meno, ma tutto sommato al fondo del loro rapporto rimaneva la domanda defondamentalizzante del “come facciamo ad essere amiche?”, che le manteneva unite. Anche se forse non era una di quelle cose di cui puoi dire: per sempre.
Jane era uscita dal bagno con la strana sensazione di essere andata lì per dire qualcosa a Christine e di essersene dimenticata. Le succedeva spesso, ultimamente, e tutto sommato sospettava c’entrasse il fatto che un pò colpa si sentiva a non raccontare alla sua migliore amica nulla della sua occupazione mentale preferita (pensare a James). Ma il fatto era che Christine non era proprio la persona più sensibile del mondo, anzi. Tendeva a vedere le cose in maniera piuttosto fredda e schematica, forse per questo finiva per piangere tanto davanti ai film, pensava Jane, che non aveva mai versato una sola lacrima davanti lo schermo, e che piangeva di rado anche nella vita.
In realtà, molto probabilmente, Jane era semplicemente riservata.
Christine anche, lo era. Ma in maniera del tutto diversa da Jane.
Christine comunicava a tutto il mondo i suoi amori: Jane più di una volta era rimasta colpita dal sentire l’amica parlare del tipo del momento (Christine tendeva a cambiare un oggetto del desiderio a scadenza quadrimestrale) con perfetti estranei. Per il resto Christine non raccontava mai nulla di suo.
Jane era il contrario: Christine sapeva tutto di lei, meno quello che riguardava la sfera sentimentale; la riteneva una cosa che la riguardava troppo da vicino, per raccontarla in giro. E forse l’attitudine dell’amica a vedere le cose così diversamente relativamente a quel campo, le aveva fin’ora impedito di raccontarle di James. Preferiva parlarne con persone di cui quel “per sempre” sapeva di poterlo dire; quella, il fatto che ci siano, è felicità. Felicità di averlo, qualcuno così nella tua vita: quando vedersisentirsidirsi sempre non conta, perchè quando ti vedisentidici lo fai davvero.

Mentre attraversava di nuovo il bordo del cratere per tornare alla sua scrivania (l’unica totalmente ricoperta di oggetti), Jane aveva guardato fuori e si era resa conto che la neve era ormai un ricordo lontano, e già le era mancava un pò quella sensazione stupenda di avere una giustificazione per guardare fuori, con in mano la famosa tazza di cioccolata vaporosa, senza che nessuno possa dirti di tornare al lavoro, perchè la neve, quando cade, incanta proprio tutti.
Scusa bianca, fredda e perfetta.
Si era seduta pesantemente, facendo tremare la sedia viola che sembrava ET del film di Spilberg accovacciato, pensava sempre Jane.
E di nuovo non sapeva che cosa sarebbe successo.

La sua tazza nera era vuota, ma non aveva intenzione di riempirla di nuovo: mancava troppo poco all’ora di uscita e non volva trovarsi a dover far pipì nel bel mezzo di un gremito autobus fermo in coda ad Holloway road. Si era alzata ed era andata alla cucinetta più vicina a lavare la tazza e il coltello con cui sbucciava la frutta (cosa per la quale veniva continuamente derisa dai suoi colleghi inglesi). Era sempre sorpresa di quanto sporca potesse arrivare ad essere quella tazza tutte le volte che la lavava (non sporca quanto la frutta, di certo).
Ci beveva almeno cinque volte al giorno: caffè, tea, tea verde, tisane...e ogni volta la sciacquava, anche se sommariamente; per questo trovava davvero difficile immaginare come potessero formarsi quelle macchie marroni sul fondo.
Fondo che peraltro, essendo nero, le nascondeva perfettamente, e Jane se ne rendeva conto solo perchè, a differenza di tutti gli altri suoi colleghi, trovava piuttosto anti-igienico usare la spugnetta comune, abbandonata al fondo del lavandino per mesi, per lavare le sue cose, e quindi ricorreva alla carta da cucina: impietosa rivelatrice di ogni sfumatura che si discostasse dal suo trapuntato candore.
“Dovresti lavarla di più”, aveva detto la sua capa col caschetto e i capelli sempre a posto, strizzando un sorriso tra gli occhi porcini e il mento inesistente (quello esistente era il suo gemello cattivo, il doppio, che sedeva un pò più sotto). “Lo so, è che non noto mai che è sporca”, aveva risposto Jane abbozzando anche lei un sorriso.
Non si era ancora scordata di come l’aveva guardata la sua capa il giorno in cui James era venuto a registrare qualcosa per l’emittente televisiva per cui lavoravano. Jane e James erano in piedi dietro di lei, a chiacchierare come sempre facevano quando si incontravano, di nulla in particolare. Michelle continuava a girarsi guardandoli di sottecchi, quasi pensasse: ma cosa cavolo fa Jane? Perchè non lavora? E chi è questo tipo? (questo tipo non alto, non bello, non muscoloso, non biondo, non famoso,non noto, non socievole, non vestito firmato, non indossante scarpe da ginnastica molto trendy. Chi è questo NON, insomma.)
Michelle era, volendo darne una defnizione parecchio banale, una vera regina del gossip. Ma di quelle vere, quelle tipo “Clueless”; una di quelle brave, brave di Clueless per giunta.
Jane spesso avrebbe voluto avere quel talento, ma nella maggior parte dei casi finiva solo per sapere cose di cui non le importava nulla: come il nome del responsabile della sicurezza che aveva spento l’allarme anti incendio il giorno in cui c’era davvero stato un incendio, oppure i propositi di licenziamento dell’assitente di un team vicino perchè arrivava sempre tardi in ufficio.
Ma Michelle sapeva tutto di tutti. Incredibile.
Quel giorno che Jams era venuto nel loro ufficio, però, era stata Jane a dover raccontare quello che stava succedendo; e lo aveva fatto più come gesto di scaramazia nei confronti del provino di James che altro.
Il provino.
Quando lei e James si erano conosciuti lei gli aveva detto di lavorare per la compagnia per cui lavorava, e lui era rimasto sorpreso come fanno tutti. Da quel momento lei aveva capito cosa vogliono dire i vip quando parlano dell’impossibilità di avere relazioni con persone non altrettanto famose: passeresti tutto il tempo a chiederti “se non fossi famoso questa persona uscirebbe ugualmente con me?”.
Ovviamente Jane non era famosa. E James non usciva con lei.
Ma il discorso non cambiava molto. Si trattava sempre di avere il dubbio che una persona ti frequentasse non per quello che eri, ma per quello che facevi. E non era un bel dubbio, da avere. Jane non ci aveva pensato, all’inizio. Poi un giorno le era venuto in mente che forse lui era così carino, gentile e presente nella sua vita perchè pensava lei potesse aiutarlo in qualche modo: così aveva messo in chiaro che non poteva (anche se in realtà cercava di farlo costantemente) ma loro avevano continuato a sentirsi lo stesso.
Jane lo aveva interpretato come un buon segno.

Era quasi ora di andare a casa, per Jane, e James non le aveva ancora risposto alla sua ultima email. Jane si rendeva conto che prima o poi uno dei due doveva smettere di rispondere, altrimenti sarebbero andati avanti così ad oltranza. Ma ancora non si era abituata al suo sparire così dopo averla tempestata di email per ore. E a Jane non piaceva molto, doveva ammettere. La faceva sentire come quelle prostitute che vengono tormentate dai marinai nei porti finchè sono in licenza, e che poi spariscono senza lasciare traccia appena hanno ottenuto la totale devozione delle donne e la loro nave è pronta a salpare.
E avrebbe voluto avere il coraggio, la pazienza e la forza di fare qualcosa per smettere di sentirsi così.
Ma come si fa?
Come si fa a dire addio a qualcuno cui non hai mai neanche, in fondo, detto ciao. Come puoi chiudere con qualcuno con cui non hai davvero aperto. Come si fa a mettere fine a qualcosa che non ha avuto inizio, vomitare qualcosa che non si è mangiato, smettere di fare qualcosa che non si è mai fatto? Come puoi, essendo astemio, smettere di bere, non avendo mai toccato cibo smettere di mangiare; e come fai a dire a qualcuno nella cui vita sei pleonastico che lui nella tua è come il fondo in una bottiglia, come il cotone in una maglietta 100% cotone, come l’ossigeno nell’atmosfera, come...il freddo per la neve? E che se venisse a mancare ti scioglieresti come un ghiacciolo dimenticato fuori dal freezer, lasciando solo una traccia umida, alla fine, a dire di te. Forse.
Come puoi dire addio a una cosa non è mai stata tua? Come si fa a rimpiangerla? Come fa a mancarti più di quanto non ti manchi già, visto che non ce l’hai?
Nulla può mancarti, si dice, se non l’hai mai avuto.
Come quei bambini a cui non è stato mai fatto assaggiare lo zucchero e che non sanno neanche che gusto abbia un gelato non soffriranno quando i genitori si rifiuteranno di comprargliene, lei non avrebbe dovuto faticare a dire addio a James.
James non era suo. Non lo era mai stato.
Non voleva esserlo.
Lei lo sapeva, in fondo.
Altrimenti qualcosa sarebbe successo, in tutti quei mesi di rincorse da parte sua. Si sentiva sporca, ridicola stupida, in quel momento.
Le cose le possiamo capire in due modi: o perchè succede qualcosa di eclatante che ce le sbatte davanti agli occhi come in quei film in cui c’è vento e un foglio di giornale va a finire in faccia al protagonista che passeggia; e su quel foglio c’è la notizia che cambierà tutta la sua vita; oppure le possiamo capire per banalità e accumolo di banalità.
Jane capiva che tra lei e James non ci sarebbe mai stato nulla, che a lui non importava nulla di lei, che avrebbe di gran lunga fatto meglio a metterci una pietra sopra, che tutto sommato lei era un gioco, a volte, e un ditrurbo, a volte, per lui: come i carillon, che a volte ci piacciono e ci fanno compagnia e a volte scaraventeremmo fuori dalla finestra, tanto ci danno ai nervi.
Jane lo sapeva, e continuava a rendersene conto di continuo senza mai però prendere la decisione definitiva che l’avrebbe salvata dal destino verso cui stava trotterellando allegramente intorno da mesi: rimanere, di nuovo, col cuore in mille pezzi come rimaneva sempre, ogni sabato sera, dopo essere andata a trovare James.

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