“And Ì’m losing my favourite game, you're losing your mind again
Ìm losing my baby, losing my favourite game” The Cardigans
“Che palle! Ancora martedi? Io davvero non riesco a crederci…”
“Ebbene si, che ci vuoi fare” aveva risposto Christine facendo la solita faccia che Jane odiava quando si sentiva trattata da idiota dall’amica.
“Sembra venerdi!”
Il capo di Jane era di nuovo “malato” e un altro membro del suo staff era in vacanza, quindi c’erano solo lei e Kaori (soprannome di Jane per della cicciona dell’ufficio che frequentava i gruppi weight watchers) che non la smetteva di inveire contro il loro capo che in effetti avrebbe dovuto al massimo dirigere una piscina di sabbia per le bocce, riteneva Jane.
“Oltretutto Michelle non c’è..”
“E non sei contenta? Dici sempre che ti rompe”
In effetti Jane era contenta, preferiva lavorare il triplo ma non avere il capo intorno che non faceva che farle confidenze e mangiarle il cibo che si portava da casa.
“Andiamo va...” aveva detto Jane alzandosi dallo sgabello argentato nella cucinetta, grande e bianca, dell’ufficio.
“Ok a dopo” aveva risposto Christine, non curante come sempre.
Jane era tornata al suo posto e aveva fatto finta di ascoltare Kaori mentre raccontava di come il suo ultimo appuntamento alla weight watchers si fosse rivelato una piacevolissima sorpresa, di quanto peso aveva perso e vicende correlate, ma aveva in realtà trovato un’email di James, che aveva meritato tutta la sua attenzione.
La domenica mattina Jane si era svegliata alle undici, dopo essere andata a dormire alle cinque, per un messaggio di un amico di James che la invitava ad andare ad uno dei suoi tradizionali Sunday roasts.
Jane aveva chiesto a James se sarebbe andato o no e lui, ore dopo, le aveva risposto che no non credeva perchè aveva molto da fare a casa.
Lei gli aveva risposto che sarebbe andata a mangiare africano quella sera, e se gli andava di venire.
Non aveva ricevuto risposta.
L’aveva chiamato ore dopo lasciando sulla segreteria il nome del ristorante.
Non aveva ricevuto risposta.
Il giorno dopo, quindi, Jane era triste, delusa e ferita, da un lato, ma aveva ormai anche capito che quello era il carattere di James, il suo modo di fare, e per quanto inaccettabile socialmente potesse essere, se lei voleva lui doveva imparare a conviverci. Come quando si incontravano, e lui era al telefono, e non riattaccava per tempi interminabili.
Per cui a fine serata, prima di tornare a casa, gli aveva mandato un’email e lui le aveva risposto come se niente fosse, dicendo che aveva avuto da fare.
Quell’email, l’email di quel martedi, era la riposta alla risposta alla sua risposta.
Si sentiva così stupida ogni volta che rispondeva alle email di James, avrebbe sempre voluto dire qualcosa che avrebbe in qualche modo potuto far capire a lui quanto per lei contasse e finiva sempre per scrivere qualcosa che non avrebbe dovuto scrivere, invece.
La sua email di quel mattino, comunque, glielo aveva fatto sentire più vicino, ed era questo che ormai la faceva andare avanti.
Si rendeva conto di quanto tutto quello che faceva tendesse ad avere un’aura di pateticità non indifferente, ma si ritrovava a scegliere il male migliore (perché avevano tutti la stessa taglia e quindi tanto valeva scegliere il più carino) tra la gamma possibile: specialmente se il gradino più basso di tale gamma era occupato dal non vedere, sentire, avere a che fare che occasionalmente con James.
Fissava lo schermo alternandolo al panorama esterno (il canale di Camden, nulla di eccitante a parte coppiette inquietanti che si baciavano o risse tra punk. E topi.) quando le era arrivata l’email della capa del suo capo che le ricordava che il giorno dopo avrebbe dovuto partecipare ad un corso di introduzione all’industia dei media pagato dall’azienda.
Dopo il lavoro.
Vicino al centro.
Tutto ciò aveva in effetti contribuito a ricordare a Jane dell’ultima frase che le aveva detto suo padre al telefono qualche sera prima: “Arrivo il giorno dopo il corso, così potrai dirmi come è andata”.
Suo padre.
Era stata onestamente contenta quando lui aveva deciso di venirla a trovare: aveva pensato che sarebbe stato bello portarlo a mangiare nel suo ristorante preferito (Messicano, vicino casa sua) e farsi portare in giro per fare acquisti con lui (a sue spese) facendosi viziare come non accadeva più tanto spesso, ormai.
Ma da quando James era entrato nella sua vita tornare a casa, ricevere visite e avere impegni era qualcosa che Jane temeva, più che aspettare, con ansia.
Era come se tutte quelle incombenze rendessero ancora meno probabile la possibilità di incontrarsi con lui, anche solo di trascorrere un’ora in più, con lui.
Un’ora, che puntualmente non trascorreva con lui,ma solo pensando a lui.
Il che non era poi molto diverso sotto tanti punti di vista.
Giovedi sarebbe arrivato suo padre e per almeno cinque giorni lei e James non si sarebbero potuti vedere, anzi ben piùvisto che il lunedi successivo, quando suo padre sarebbe ripartito, aspettava un suo amico dall’italia che le aveva chiesto ospitalità per un paio di giorni.
Quel martedi e quel mercoledi erano quindi gli ultimi due giorni utili per vedere James, per stare un pò con lui. E anche se ormai era consapevole che uscire con lui non era affatto una garanzia che qualcosa sarebbe successo (visto che ormai erano usciti tantissime volte e nulla; mai; era; successo) per lei ogni volta che uscivano qualcosa di raro succedeva: era felice. Poi dannatamente triste, ovviamente, ma felice sul momento; e se c’era una cosa che sapeva di aver imparato dalla storia con James era proprio che bisogna fare tesoro di ogni attimo di felicità nella vita, perchè non si può mai contare sul fatto che duri. O che torni. O che, poi, quando la ricordi, esista, perfino.
Un pò come la storia dei soldi, che vanno spesi finchè ci sono.
Quindi, per la prima volta, Jane aveva deciso di insistere.
Insistere fino a quel mercoledi sera, almeno per ora.
“Ehy, ciao”
“erhm, ciao...” aveva risposto Jane.
Alexandra: grassa amica di Tom, l’altro gestore del club del sabato sera, che lavorava per uno dei canali della compagnia di Jane.
“Ho due biglietti per andare a sentire i The Fields al Barfly stasera, ti va di andare?”
“mmm, che musica fanno?”
Ora, a Jane che musica facessero non interessava molto.
E non le interessava di certo andare al Barfly quella sera: era stanca e odiava, in generale, i posti come quel locale di Camden pieni di ragazzini Indie vestiti tutti uguali. Ma aveva pensato, ovviamente, che sarebbe potuta essere una scusa valida per invitare James.
“Vai sul sito” aveva risposto Alexandra.
“Ah, non male...” (Ah, male. Molto male. Ma tan’è)
“Allora, li vuoi? Odio sprecare biglietti...”
“mmm si ok”
“Bene, devi solo dire che sei Alexandra Thomas, sei sulla lista della Warner Music”
“Ah grazie, perfetto”
Jane era tornata a fissare lo schermo pensando, nell’ordine:
a) Dovrei dirlo a Christine, non a James
b) Ma non ho nessuna voglia di andare, o di uscire, li ho accettati solo perchè poteva essere una scusa per invitare James.
c) Lui non verrà, che glielo chiedo a fare?
d) Farò anche la figura della rompi palle chiedendoglielo
e) Dov’è il mio cellulare che gli mando un messaggio?
f) Che mi metto?
g) Non verrà mai perchè mi sto preoccupando?
h) E se mandassi un’email?
i) I jeans nuovi.
Alla fine aveva premuto “invia” e la parola: completato, era apparsa sul piccolo schermo verde palude.
Minuti interminabili erano passati e Jane era andata in bagno, si era fatta un caffè, aveva cambiato i canali sul televisore che aveva davanti circa duecento volte.
Alla fine era tornata sul canale da cui era partita e la risposta era arrivata.
Ovviamente negativa: non posso, devo fare dei conti urgenti, che noia. Grazie di aver pensato a me.
Jane era di nuovo tornata a fissare lo schermo pensando, stavolta, nell’ordine:
a) Avrei dovuto chiederlo ad Christine subito, è una punizione Karmica, questa
b) Ma non ho nessuna voglia di andare, o di uscire, li ho accettati solo perchè poteva essere una scusa per invitare James (si, stesso pensiero)
c) Lo sapevo che non sarebbe mai venuto, perchè l’ho chiesto?
d) Avrò fatto la figura della rompi palle chiedendoglielo?
e) Perchè poi gli ho mandato un messaggio invece di un’email?
f) Smettila di parlare da sola
g) Si, anche se succede solo nella tua testa conta lo stesso come parlare da soli, Jane.
Si era alzata ed aveva raggiunto la scrivania di Christine: “Alexandra mi ha dato due biglietti per il Barfly stasera, andiamo?”
“Ok, chi suona?”
Erano andate, poi.
Rimanendo venti minuti di orologio e fuggendo, dopo mezzo gruppo, da quel paradiso di giovani e sigarette e alcol che sentivano così lontano da loro.
Erano passate dal Sultano Arancione (Sainsbury’s) a comprare camomilla alla menta e tisane ai semi di finocchio, ed erano tornate a casa a guardare la TV.
La mattina dopo Jane aveva deciso di vestirsi male, non portarsi dietro i trucchi e non pensare che avrebbe visto James: mossa scaramantica che di solito, per qualche strana ragione, sembrava funzionare.
La giornata era tutto sommato volata (volavano sempre quando non c’era il suo capo, anche se il lavoro era doppio) e un’ora prima di prendere il taxi che l’avrebbe portata al corso Jane aveva chiesto a James se era occupato per cena.
Di preciso, gli aveva detto che lei sarebbe andata al corso e sarebbe uscita affamata e che aveva pensato di mangiare in centro. Se a lui andava di farle compagnia, era il benvenuto.
Jane non aveva sperato in risposte, contatti o segni di vita, da lui.
Ma uscita dal terrificante corso, stanca, con la faccia gonfia e i vestiti che puzzavano di sudore, la fatina aveva portato la novità di un messaggio di lui che gli chiedeva come fosse andata.
Jane l’aveva richiamato ed erano stati circa venti minuti al telefono dicendosi nulla, tentando di invitarsi a cena reciprocamente, riuscendoci alla fine in maniera piuttosto ridicola.
Jane aveva raggiunto James, che era al telefono e non aveva riattaccato per circa cinque minuti, cosa che l’avrebbe fatta arrabbiare parecchio fatta da chiunque, ma non ovviamente da lui.
Erano entrati nel confuso e rumoroso ristorantino del centro scelto da lui e si erano seduti.
Dopo aver ordinato abbondanti porzioni di carne (volevano entrambi il purè, purtoppo finito) avevano parlato di loro, per la prima volta bene, forse.
“Dov’era il posto dove lavoravi prima?”
“Si chiamava College Club”
“E perchè hai smesso?”
“Beh, è una storia lunga...c’era il nostro capo che aveva scoperto che la sua ragazza...”
Mentre James parlava Jane annuiva, cercava di seguire il filo, ma non riusciva a smettere di fissare i mille difetti del suo volto, sperando di poterli guardare per sempre.
“...e poi alla fine la macchinetta era dietro il divano e l’avevano presa quelli della BBC..”
Quanto avrebbe voluto allungare la mano e toccare la sua. Ma non lo faceva. Sapeva che una volta tornata a casa avrebbe dato qualsiasi cosa per averlo fatto, ma non lo stava facendo. Perchè non lo stava facendo?
“..e alla fine così, quindi..”
Non aveva idea di quello che James aveva detto, ma forse andava bene così.
Jane si sentiva brutta e stanca e continuava a guardare James come qualcuno che è a dieta può fissare una vetrina di una pasticceria chiusa.
Sperava di non darlo troppo a vedere.
“Sei mai stato in Africa?”
“Si, in Zambia, da un mio amico. Verrà qui tra qualche giorno, oltretutto”
“Com’è?”
“il mio amico? Italiano! Beh i genitori sono italiani, lui è cresciuto qui...”
“No, com’è l’Africa!”
“Stupenda, unica..”
“Quanto vorrei andarci” aveva detto Jane
“Dovresti” aveva risposto James.
Con te, ovunque, avrebbe voluto rispondere Jane.
Che ovviamente non l’aveva fatto.
Dopo qualche ora si erano alzati ed avevano camminato verso la fermata dell’autobus di Jane.
Erano quei momenti che le gelavano il sangue.
Quei momenti in cui avrebbe voluto avere le parole per dirglielo, o che lui trovasse coraggio per fare qualcosa. O tutto l’opposto, in fondo non contava molto.
Invece le parole non venivano e nessuno dei due faceva nulla, a parte guardarsi negli occhi con occhi imbarazzati. O imbarazzanti.
“Devi portare la telecamera”
“Si ma ha qualcosa che non va”
“Cosa?”
“Ma, non so, la spina non funziona bene..”
“In che senso?” aveva chiesto Jane
“Beh è europea, non so bene..”
“Ti serve un adattatore James, te lo compro io ok?”
Si erano salutati e Jane non avrebbe voluto. Salita sul bus l’aveva guardato allontanarsi nel suo montone vecchio e tutto quello che, invece, avrebbe voluto era scendere rincorrerlo e baciarlo.
Ma qualcosa l’aveva trattenuta.
La consapevolezza, aveva capito quella sera, che non poteva permettersi di perderlo.
Sono consapevolezze che fanno male, quelle, e cambiano la prospettiva sulla vita più di qualsiasi altra cosa.
Sono quelle consapevolezze che fanno capire come mai i genitori di figli tossicodipendenti o ladri non li denunciano alla polizia. O anche perchè le mogli maltrattate spesso non denunciano i mariti.
È la consapevolezza di non poter fare a meno di qualcuno; che se ci togliessero qualcuno o questo qualcuno decidesse di non voler più avere a che fare con noi le ossa del nostro corpo perderebbero peso e struttura, e ci afflosceremmo come un cappotto a cui è stato tolto l’appendiabiti che lo sorregge.
O come una telo messo a coprire una gabbia, se la gabbia, per magia, scomparisse.
C’era un film, ∏, tratto da un libro scritto da Hurbert Selby JR, uno scrittore americano che piaceva molto a Jane.
Il film era terrificante.
Non in senso totalmente negativo.
Era un film terrificantemente pesante e angosciante, in un certo senso, la cui storia centrale era il racconto di un pezzo di vita di questo ragazzo, figlio di una madre ormai rimasta sola dopo la morte del marito, tossicodipendente e spacciatore che nella prima parte del film continuava ad andare a casa della madre tutte le settimane a prendere o meglio rubare, ma sotto i suoi occhi, la televisione da rivendere a un ricettatore. Televisione che per l’anziana donna era l’unica via d’uscita da una realtà di solitudine e degrado meno espugnabile di una prigione senza finestre.
La donna, puntualmente, lasciava che il figlio le prendesse l’elettrodomestico, e poi andava a ricomprarlo dal ricettatore, che altrettanto puntualmente le chiedeva perchè consentisse al figlio di trattarla così.
Ora Jane aveva capito il perchè.
Certo si rendeva conto di quanto fosse ridicola a pensare una cosa del genere: James, in fondo, da un punto di vista reale e non immaginario, non avrebbe dovuto essere nulla per lei, se non un conoscente. E non le aveva mai rubato il televisore, nè se l’era portata a letto scomparendo il giorno dopo.
Ma non riusciva a rassegnarsi all’idea che quel rapporto che avevano, senza nome, avesse ancora il grande privilegio delle cose che non avevano un nome: poteva diventare tutto.
La ragione per cui si da il nome ai bambini una volta nati è che in potenza sono ancora tutto, in fondo, prima.
Vivi o morti, perfino: in potenza.
E loro avrebbero ancora potuto, in potenza, essere amici, nemici, amanti o sconosciuti: le infinite possibilità che assumeva quella realtà, ancora una volta, affascinavano e perplimevano Jane, che continuava a chiedersi se sarebbe stato sempre così o una mattina si sarebbe svegliata avendo un chiaro quadro di come stavano davvero le cose.
Ne dubitava.
Per questo forse valeva la pena di alzarsi la mattina.
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