domenica 25 ottobre 2009

12.

“And Ì’m losing my favourite game, you're losing your mind again
Ìm losing my baby, losing my favourite game” The Cardigans


“Che palle! Ancora martedi? Io davvero non riesco a crederci…”
“Ebbene si, che ci vuoi fare” aveva risposto Christine facendo la solita faccia che Jane odiava quando si sentiva trattata da idiota dall’amica.
“Sembra venerdi!”
Il capo di Jane era di nuovo “malato” e un altro membro del suo staff era in vacanza, quindi c’erano solo lei e Kaori (soprannome di Jane per della cicciona dell’ufficio che frequentava i gruppi weight watchers) che non la smetteva di inveire contro il loro capo che in effetti avrebbe dovuto al massimo dirigere una piscina di sabbia per le bocce, riteneva Jane.
“Oltretutto Michelle non c’è..”
“E non sei contenta? Dici sempre che ti rompe”
In effetti Jane era contenta, preferiva lavorare il triplo ma non avere il capo intorno che non faceva che farle confidenze e mangiarle il cibo che si portava da casa.
“Andiamo va...” aveva detto Jane alzandosi dallo sgabello argentato nella cucinetta, grande e bianca, dell’ufficio.
“Ok a dopo” aveva risposto Christine, non curante come sempre.
Jane era tornata al suo posto e aveva fatto finta di ascoltare Kaori mentre raccontava di come il suo ultimo appuntamento alla weight watchers si fosse rivelato una piacevolissima sorpresa, di quanto peso aveva perso e vicende correlate, ma aveva in realtà trovato un’email di James, che aveva meritato tutta la sua attenzione.
La domenica mattina Jane si era svegliata alle undici, dopo essere andata a dormire alle cinque, per un messaggio di un amico di James che la invitava ad andare ad uno dei suoi tradizionali Sunday roasts.
Jane aveva chiesto a James se sarebbe andato o no e lui, ore dopo, le aveva risposto che no non credeva perchè aveva molto da fare a casa.
Lei gli aveva risposto che sarebbe andata a mangiare africano quella sera, e se gli andava di venire.
Non aveva ricevuto risposta.
L’aveva chiamato ore dopo lasciando sulla segreteria il nome del ristorante.
Non aveva ricevuto risposta.
Il giorno dopo, quindi, Jane era triste, delusa e ferita, da un lato, ma aveva ormai anche capito che quello era il carattere di James, il suo modo di fare, e per quanto inaccettabile socialmente potesse essere, se lei voleva lui doveva imparare a conviverci. Come quando si incontravano, e lui era al telefono, e non riattaccava per tempi interminabili.
Per cui a fine serata, prima di tornare a casa, gli aveva mandato un’email e lui le aveva risposto come se niente fosse, dicendo che aveva avuto da fare.
Quell’email, l’email di quel martedi, era la riposta alla risposta alla sua risposta.
Si sentiva così stupida ogni volta che rispondeva alle email di James, avrebbe sempre voluto dire qualcosa che avrebbe in qualche modo potuto far capire a lui quanto per lei contasse e finiva sempre per scrivere qualcosa che non avrebbe dovuto scrivere, invece.
La sua email di quel mattino, comunque, glielo aveva fatto sentire più vicino, ed era questo che ormai la faceva andare avanti.
Si rendeva conto di quanto tutto quello che faceva tendesse ad avere un’aura di pateticità non indifferente, ma si ritrovava a scegliere il male migliore (perché avevano tutti la stessa taglia e quindi tanto valeva scegliere il più carino) tra la gamma possibile: specialmente se il gradino più basso di tale gamma era occupato dal non vedere, sentire, avere a che fare che occasionalmente con James.

Fissava lo schermo alternandolo al panorama esterno (il canale di Camden, nulla di eccitante a parte coppiette inquietanti che si baciavano o risse tra punk. E topi.) quando le era arrivata l’email della capa del suo capo che le ricordava che il giorno dopo avrebbe dovuto partecipare ad un corso di introduzione all’industia dei media pagato dall’azienda.
Dopo il lavoro.
Vicino al centro.
Tutto ciò aveva in effetti contribuito a ricordare a Jane dell’ultima frase che le aveva detto suo padre al telefono qualche sera prima: “Arrivo il giorno dopo il corso, così potrai dirmi come è andata”.
Suo padre.
Era stata onestamente contenta quando lui aveva deciso di venirla a trovare: aveva pensato che sarebbe stato bello portarlo a mangiare nel suo ristorante preferito (Messicano, vicino casa sua) e farsi portare in giro per fare acquisti con lui (a sue spese) facendosi viziare come non accadeva più tanto spesso, ormai.
Ma da quando James era entrato nella sua vita tornare a casa, ricevere visite e avere impegni era qualcosa che Jane temeva, più che aspettare, con ansia.
Era come se tutte quelle incombenze rendessero ancora meno probabile la possibilità di incontrarsi con lui, anche solo di trascorrere un’ora in più, con lui.
Un’ora, che puntualmente non trascorreva con lui,ma solo pensando a lui.
Il che non era poi molto diverso sotto tanti punti di vista.
Giovedi sarebbe arrivato suo padre e per almeno cinque giorni lei e James non si sarebbero potuti vedere, anzi ben piùvisto che il lunedi successivo, quando suo padre sarebbe ripartito, aspettava un suo amico dall’italia che le aveva chiesto ospitalità per un paio di giorni.
Quel martedi e quel mercoledi erano quindi gli ultimi due giorni utili per vedere James, per stare un pò con lui. E anche se ormai era consapevole che uscire con lui non era affatto una garanzia che qualcosa sarebbe successo (visto che ormai erano usciti tantissime volte e nulla; mai; era; successo) per lei ogni volta che uscivano qualcosa di raro succedeva: era felice. Poi dannatamente triste, ovviamente, ma felice sul momento; e se c’era una cosa che sapeva di aver imparato dalla storia con James era proprio che bisogna fare tesoro di ogni attimo di felicità nella vita, perchè non si può mai contare sul fatto che duri. O che torni. O che, poi, quando la ricordi, esista, perfino.
Un pò come la storia dei soldi, che vanno spesi finchè ci sono.
Quindi, per la prima volta, Jane aveva deciso di insistere.
Insistere fino a quel mercoledi sera, almeno per ora.
“Ehy, ciao”
“erhm, ciao...” aveva risposto Jane.
Alexandra: grassa amica di Tom, l’altro gestore del club del sabato sera, che lavorava per uno dei canali della compagnia di Jane.
“Ho due biglietti per andare a sentire i The Fields al Barfly stasera, ti va di andare?”
“mmm, che musica fanno?”
Ora, a Jane che musica facessero non interessava molto.
E non le interessava di certo andare al Barfly quella sera: era stanca e odiava, in generale, i posti come quel locale di Camden pieni di ragazzini Indie vestiti tutti uguali. Ma aveva pensato, ovviamente, che sarebbe potuta essere una scusa valida per invitare James.

“Vai sul sito” aveva risposto Alexandra.
“Ah, non male...” (Ah, male. Molto male. Ma tan’è)
“Allora, li vuoi? Odio sprecare biglietti...”
“mmm si ok”
“Bene, devi solo dire che sei Alexandra Thomas, sei sulla lista della Warner Music”
“Ah grazie, perfetto”
Jane era tornata a fissare lo schermo pensando, nell’ordine:
a) Dovrei dirlo a Christine, non a James
b) Ma non ho nessuna voglia di andare, o di uscire, li ho accettati solo perchè poteva essere una scusa per invitare James.
c) Lui non verrà, che glielo chiedo a fare?
d) Farò anche la figura della rompi palle chiedendoglielo
e) Dov’è il mio cellulare che gli mando un messaggio?
f) Che mi metto?
g) Non verrà mai perchè mi sto preoccupando?
h) E se mandassi un’email?
i) I jeans nuovi.

Alla fine aveva premuto “invia” e la parola: completato, era apparsa sul piccolo schermo verde palude.
Minuti interminabili erano passati e Jane era andata in bagno, si era fatta un caffè, aveva cambiato i canali sul televisore che aveva davanti circa duecento volte.
Alla fine era tornata sul canale da cui era partita e la risposta era arrivata.
Ovviamente negativa: non posso, devo fare dei conti urgenti, che noia. Grazie di aver pensato a me.
Jane era di nuovo tornata a fissare lo schermo pensando, stavolta, nell’ordine:

a) Avrei dovuto chiederlo ad Christine subito, è una punizione Karmica, questa
b) Ma non ho nessuna voglia di andare, o di uscire, li ho accettati solo perchè poteva essere una scusa per invitare James (si, stesso pensiero)
c) Lo sapevo che non sarebbe mai venuto, perchè l’ho chiesto?
d) Avrò fatto la figura della rompi palle chiedendoglielo?
e) Perchè poi gli ho mandato un messaggio invece di un’email?
f) Smettila di parlare da sola
g) Si, anche se succede solo nella tua testa conta lo stesso come parlare da soli, Jane.

Si era alzata ed aveva raggiunto la scrivania di Christine: “Alexandra mi ha dato due biglietti per il Barfly stasera, andiamo?”
“Ok, chi suona?”
Erano andate, poi.
Rimanendo venti minuti di orologio e fuggendo, dopo mezzo gruppo, da quel paradiso di giovani e sigarette e alcol che sentivano così lontano da loro.
Erano passate dal Sultano Arancione (Sainsbury’s) a comprare camomilla alla menta e tisane ai semi di finocchio, ed erano tornate a casa a guardare la TV.
La mattina dopo Jane aveva deciso di vestirsi male, non portarsi dietro i trucchi e non pensare che avrebbe visto James: mossa scaramantica che di solito, per qualche strana ragione, sembrava funzionare.
La giornata era tutto sommato volata (volavano sempre quando non c’era il suo capo, anche se il lavoro era doppio) e un’ora prima di prendere il taxi che l’avrebbe portata al corso Jane aveva chiesto a James se era occupato per cena.
Di preciso, gli aveva detto che lei sarebbe andata al corso e sarebbe uscita affamata e che aveva pensato di mangiare in centro. Se a lui andava di farle compagnia, era il benvenuto.
Jane non aveva sperato in risposte, contatti o segni di vita, da lui.
Ma uscita dal terrificante corso, stanca, con la faccia gonfia e i vestiti che puzzavano di sudore, la fatina aveva portato la novità di un messaggio di lui che gli chiedeva come fosse andata.
Jane l’aveva richiamato ed erano stati circa venti minuti al telefono dicendosi nulla, tentando di invitarsi a cena reciprocamente, riuscendoci alla fine in maniera piuttosto ridicola.
Jane aveva raggiunto James, che era al telefono e non aveva riattaccato per circa cinque minuti, cosa che l’avrebbe fatta arrabbiare parecchio fatta da chiunque, ma non ovviamente da lui.
Erano entrati nel confuso e rumoroso ristorantino del centro scelto da lui e si erano seduti.
Dopo aver ordinato abbondanti porzioni di carne (volevano entrambi il purè, purtoppo finito) avevano parlato di loro, per la prima volta bene, forse.

“Dov’era il posto dove lavoravi prima?”
“Si chiamava College Club”
“E perchè hai smesso?”
“Beh, è una storia lunga...c’era il nostro capo che aveva scoperto che la sua ragazza...”

Mentre James parlava Jane annuiva, cercava di seguire il filo, ma non riusciva a smettere di fissare i mille difetti del suo volto, sperando di poterli guardare per sempre.

“...e poi alla fine la macchinetta era dietro il divano e l’avevano presa quelli della BBC..”

Quanto avrebbe voluto allungare la mano e toccare la sua. Ma non lo faceva. Sapeva che una volta tornata a casa avrebbe dato qualsiasi cosa per averlo fatto, ma non lo stava facendo. Perchè non lo stava facendo?

“..e alla fine così, quindi..”
Non aveva idea di quello che James aveva detto, ma forse andava bene così.

Jane si sentiva brutta e stanca e continuava a guardare James come qualcuno che è a dieta può fissare una vetrina di una pasticceria chiusa.
Sperava di non darlo troppo a vedere.

“Sei mai stato in Africa?”
“Si, in Zambia, da un mio amico. Verrà qui tra qualche giorno, oltretutto”
“Com’è?”
“il mio amico? Italiano! Beh i genitori sono italiani, lui è cresciuto qui...”
“No, com’è l’Africa!”
“Stupenda, unica..”
“Quanto vorrei andarci” aveva detto Jane
“Dovresti” aveva risposto James.
Con te, ovunque, avrebbe voluto rispondere Jane.
Che ovviamente non l’aveva fatto.


Dopo qualche ora si erano alzati ed avevano camminato verso la fermata dell’autobus di Jane.
Erano quei momenti che le gelavano il sangue.
Quei momenti in cui avrebbe voluto avere le parole per dirglielo, o che lui trovasse coraggio per fare qualcosa. O tutto l’opposto, in fondo non contava molto.
Invece le parole non venivano e nessuno dei due faceva nulla, a parte guardarsi negli occhi con occhi imbarazzati. O imbarazzanti.


“Devi portare la telecamera”
“Si ma ha qualcosa che non va”
“Cosa?”
“Ma, non so, la spina non funziona bene..”
“In che senso?” aveva chiesto Jane
“Beh è europea, non so bene..”
“Ti serve un adattatore James, te lo compro io ok?”


Si erano salutati e Jane non avrebbe voluto. Salita sul bus l’aveva guardato allontanarsi nel suo montone vecchio e tutto quello che, invece, avrebbe voluto era scendere rincorrerlo e baciarlo.
Ma qualcosa l’aveva trattenuta.
La consapevolezza, aveva capito quella sera, che non poteva permettersi di perderlo.
Sono consapevolezze che fanno male, quelle, e cambiano la prospettiva sulla vita più di qualsiasi altra cosa.
Sono quelle consapevolezze che fanno capire come mai i genitori di figli tossicodipendenti o ladri non li denunciano alla polizia. O anche perchè le mogli maltrattate spesso non denunciano i mariti.
È la consapevolezza di non poter fare a meno di qualcuno; che se ci togliessero qualcuno o questo qualcuno decidesse di non voler più avere a che fare con noi le ossa del nostro corpo perderebbero peso e struttura, e ci afflosceremmo come un cappotto a cui è stato tolto l’appendiabiti che lo sorregge.
O come una telo messo a coprire una gabbia, se la gabbia, per magia, scomparisse.
C’era un film, ∏, tratto da un libro scritto da Hurbert Selby JR, uno scrittore americano che piaceva molto a Jane.
Il film era terrificante.
Non in senso totalmente negativo.
Era un film terrificantemente pesante e angosciante, in un certo senso, la cui storia centrale era il racconto di un pezzo di vita di questo ragazzo, figlio di una madre ormai rimasta sola dopo la morte del marito, tossicodipendente e spacciatore che nella prima parte del film continuava ad andare a casa della madre tutte le settimane a prendere o meglio rubare, ma sotto i suoi occhi, la televisione da rivendere a un ricettatore. Televisione che per l’anziana donna era l’unica via d’uscita da una realtà di solitudine e degrado meno espugnabile di una prigione senza finestre.
La donna, puntualmente, lasciava che il figlio le prendesse l’elettrodomestico, e poi andava a ricomprarlo dal ricettatore, che altrettanto puntualmente le chiedeva perchè consentisse al figlio di trattarla così.
Ora Jane aveva capito il perchè.
Certo si rendeva conto di quanto fosse ridicola a pensare una cosa del genere: James, in fondo, da un punto di vista reale e non immaginario, non avrebbe dovuto essere nulla per lei, se non un conoscente. E non le aveva mai rubato il televisore, nè se l’era portata a letto scomparendo il giorno dopo.
Ma non riusciva a rassegnarsi all’idea che quel rapporto che avevano, senza nome, avesse ancora il grande privilegio delle cose che non avevano un nome: poteva diventare tutto.
La ragione per cui si da il nome ai bambini una volta nati è che in potenza sono ancora tutto, in fondo, prima.
Vivi o morti, perfino: in potenza.
E loro avrebbero ancora potuto, in potenza, essere amici, nemici, amanti o sconosciuti: le infinite possibilità che assumeva quella realtà, ancora una volta, affascinavano e perplimevano Jane, che continuava a chiedersi se sarebbe stato sempre così o una mattina si sarebbe svegliata avendo un chiaro quadro di come stavano davvero le cose.
Ne dubitava.
Per questo forse valeva la pena di alzarsi la mattina.

mercoledì 21 ottobre 2009

11.

“Knowing me, knowing you, there’s nothing we can do...” Abba



Era stata una bella serata. Avevano ordinato le pizze e affittato un DVD. Mentre era sul divano con Christine, masticando l’ultima fetta di pizza, Jane aveva guardato verso la cucina e aveva visto qualcosa muoversi.
Non era sicura al 100% che si trattasse proprio di un topo, ma vedere una cosa piccola e nera che corre nella tua cucina non è mai un piacere, sopratutto se la tua coinquilina è terrorizzata dai roditori di qualsiasi specie (incluso Topolino e tutti i vari simili dei cartoni Disney)

“Allora, stai calma, prendi il computer e vai in camera da letto. E restaci. E stai calma”
“Perché?”
“Christine, dai vai”
“C’è un topo! Lo so, cacciacialo, caccialo”, si era messa ad uralre.
“Non lo so se è un topo, potrebbe, per cui vai di là e non pensarci, ok?”

Jane era andata in cucina mentre l’amica tirava fuori urli, doveva ammetterlo, molto femminili, (quindi insoliti per Christine) ma non era riuscita a trovare nulla.
Così erano uscite (di notte, in pigiama, a Finsbury Park) e avevano comprato, in uno dei negozi arabi aperti ventiquattro ore al giorno, uno strano oggetto ad ultrasuoni da inserire nella presa della corrente che avrebbe dovuto tenere lontani i topi. Poi erano andate a letto tentando di dimenticarsi della presenza di Rufus (il topo).
Era passata una settimana, ormai, e di Rufus non c’era stata più nessuna traccia, per cui la sua memoria era piacevolemnte scivolata tra le bizzare vicende che di continuo affollavano la vita di Christine e Jane.

Quel sabato sera, invece, Jane era davvero nervosa.
Dal giorno in cui erano andati a teatro era passata una settimana, ormai. Dal giorno in cui lei aveva chiesto a James di farle compagnia perchè non voleva star sola ne erano passati tre. Da allora Jane non aveva più sentito James fino a quel pomeriggio, quando l’aveva chiamato per dirgli di inserire sulla guest list del locale una sua collega che poteva in qualche modo influenzare la scelta della compagnia di fare o no lo show che aveva James come protagonista.

Erano telefonate come quella che glielo facevano detestare, a volte.
Era il suo atteggiamento, come sempre: perplimente. Anzi P. Perplimente con la P.
Non capiva mai se lui era contento di sentirla, oppure scocciato che lei lo cercasse, oppure solo stanco. Oppure solo strano, pazzo, folle, incivile UFFA.

Sarebbe stato facile, per lei, se avesse avuto il carattere di Christine (il tipo di carattere che ti fa dire “Avrà altro per la testa, bo”, invece di “Dio, mi odia. No, mia ama. Perchè fa così? Uffa, che stress, che caldo..”, ovvero il carattere di qualsiasi donna innamorata.
Mentre si piastrava i capelli, quel giorno, e Christine le intimava di spicciarsi, si era fatta uscire un “meglio se arriviamo tardi”. Non “Arriviamo tardi” come “Dai muoviti CHE arriviamo tardi”.
Proprio: arriviamo tardi. Sentenzioso e secco.
L’amica l’aveva guardata un pò perplessa e le aveva chiesto “perchè?”
Dopo circa un quarto d’ora di silenzio Jane aveva detto “perchè James mi fa sempre arrabbiare”, uscendo.
Christine, che ripeteva costantemente la sua frase simbolo quando parlavano di James, cioè “poveraccio”, le aveva detto di nuovo di non prendersela così tanto, che James aveva tante cose a cui pensare, che non aveva detto o fatto nulla di male, ed era tutto nella sua testa.
Jane sapeva che Christine aveva parzialmente ragione: in effetti ad un occhio interno ma non informato, ed anche non particolarmente sensibile, come quello di Christine, doveva sembrare strano che Jane se la prendesse tanto; lei e James alla fine non erano nulla: non erano amici, non erano amanti, non erano colleghi.
Erano molto, erano troppo.
Ma mica erano nulla.
Ad un occhio interno, ed informato, e troppo sensibile, come quello di Jane, sembrava assurdo anche solo che qualcuno non notasse come lei e James si guardavano. Come si toccavano, come si allontanavano, perfino.
Erano arrivate nel locale e proprio come aveva previsto Jane era stato tutto come se niente fosse successo: ed in effetti era proprio così, volendo dirla tutta.

“Ciao”
“Ciao”
“Come stai?” (occhi blu, sorriso, occhi blu, sorriso, occhi blu. Sorriso che diventa serio. Occhi blu, grigi, blu)
“Bene, tu?”
“Bene grazie” (Beh mi piacerebbe stare bene, ma mica ci sto tanto. Non lo vedi che a un certo punto perdo le parole? Io. Perdo le parole. Ho perso tutto, nella mia vita, ma mai le parole. Una volta ho perso le chiavi della macchina in una piscina di palline, pure, ma mai le parole: eh) .
“Pronta per fare speed hating?”
“Sempre pronta ad odiare, lo sai!”, aveva detto Jane ridendo.
Ed era andata a posare il suo ingombrante parka nel backstage.
Christine l’aveva raggiunta e le aveva detto “allora tutto ok?”
“Certo, si si” si era affrettata a dire Jane ed era tornata nella sala principale sapendo bene che no, non era affatto tutto ok.
James stava mettendo dei dischi, lei adorava quando lo faceva tanto quanto lui, almeno a parole, odiava farlo.
Jane era rimasta all’angolo del piccolo palco, a chiacchierare con gli amici di James che lo aiutavano a mandare avanti il locale, e aveva fatto batutte sullo speed hating e su James per farli ridere.
Speed Hating. Erano anche queste le cose che le facevano trovare James irresistibile: chi avrebbe mai pensato a organizzare una serata di speed hating, se non lui? In un mondo in cui la gente fa di tutto per trovare fugaci amori che li facciano sentire meno soli, James aveva ribaltato la situazione creando un gioco in cui la scommessa era odiare più cose possibili invece del contrario.
Addio speed dating e affini.

“Che hai fatto oggi”, aveva detto James, che aveva lasciato la postazione da DJ andando al bordo del palco senza che lei se ne accorgesse, e che stava guardando Jane dall’alto verso il basso facendola sentire piccola e sciocca.
“Mangiato, essenzialmente (era vero); sono sveglia dalle 6.40”
“Io ho dormito tutto il giorno”
(Ancora secchio di vernice blu, vetrata azzurra, cocktail con troppo courasao: i suoi occhi)
“Perchè non mi hai chiamato?” avrebbe voluto dirgli. Ma non lo aveva fatto.
Qualche giorno prima gli aveva detto di aver finalmente finito il periodo di prova al lavoro e che aveva anche ricevuto un misero aumento di stipendio che avrebbe voluto festeggiare portandolo in una pasticceria dove volevano andare da tempo. Ma non lo aveva sentito, e aveva deciso di non insistere.

Ma come sempre, c’era rimasta male.

Capiva che non aveva molta scelta, con James: doveva o imparare ad accettare il fatto che lui non sarebbe mai stato un ragazzo come gli altri e lei non avrebbe mai potuto contare sulla sua costante presenza nella propria vita o smettere semplicemente di pensare a lui. Al momento, entrambe le cose le sembravano difficili da realizzarsi, ma la seconda “stranamente” (e le virgolette bisognava disegnarle in aria mentre le pensavi, qui) aveva un’aura d’impossibilità che la prima aveva ormai perso.

Si era divertita molto, aveva ballato, aveva guardato James desiderando più di ogni altra cosa toccarlo, abbracciarlo, sentire che anche lui la voleva quanto lo voleva lei.
Lui era stato piuttosto caloroso e gentile, pur essendo stanco morto, cosa che si vedeva perfettamente da come camminava e dal colore del suo viso: bianco latte.
Aveva messo una camicia che Jane adorava, i pantaloni che Jane aveva prima odiato e poi imparato ad adorare, le scarpe che ancora odiava (ma era sicura avrebbe presto imparato ad adorare) e avevano parlato, scherzato, si erano guardati, come sempre.
Ma non facevano mai un passo avanti, ed era dopo serate come quella che Jane capiva che avrebbe dovuto fare l’adulta e smetterla di credere in qualcosa che non c’era.
E che per di più con la sua assenza la feceva comunque solo stare male.
Ma non riusciva a farlo.
Il suo carattere l’aveva portata a scappare sempre dalle situazioni quando diventavano pesanti, serie, coinvolgenti: reali, insomma. Ma allo stesso tempo era incapace di avere un vero e reale istinto di sopravvivenza.
Era scappata sempre, anche se in modi diversi, e aveva sempre avuto scuse per farlo.
Era scappata perchè sentiva che qualcuno, o qualcosa, la stava avvolgendo, come si sfugge alla presa di un serpente prima che le sue spire stringano troppo forte.
Era scappata dal suo primo amore facendo di tutto perchè finisse come era finita, era scappata dal suo passato di giovane autrice smettendo di scrivere, era fuggita dal suo futuro di professore universitario trasferendosi a Londra e anche dalla band per cui lavorava quando le cose si erano fatte serie.
Se c’era una cosa che Jane sapeva è che i motivi delle persone, se sembrano sensati, non vanno mai davvero a giudizio, per il mondo. Non si va in tribunale per qualcosa generalmente ritenuto giusto: che senso avrebbe?
E lei a trovare motivi, ragioni, sensate, era bravissima.
Nessuno le aveva mai detto che la ragione che lei adduceva per chiudere una determinata cosa non era sufficiente: era sempre riuscita a cavarsela, agli occhi del mondo.
Uscendone sempre pulita: come la ragazza che pondera razionalmente le cose e poi ha coraggio di cambiare la sua vita se vede che qualcosa non va. Invece lei sapeva perfettamente che la realtà era ben altra: era semplicemente spaventata a morte dalle situazioni che la coinvolgevano davvero e, come le piaceva dire, la riguardavano a pacchetto.
Sapeva bene che spesso le cose sarebbero potute andare diversamente quasi sempre.
Sapeva che se non avesse deciso di smettere di scrivere quando tutto cominciava ad avere un senso, quando il mondo aveva iniziato ad accorgersi di lei, probabilmente la sua vita avrebbe preso pieghe totalmente diverse.
Sapeva che se fosse rimasta all’università avrebbe fatto una carriera veloce e di successo, molto più di tutti quelli che erano venuti prima di lei, la cui grama attesa di un posto che non arrivava aveva usato come scusa per mollare la presa.

Sapeva, Jane, anche se era bravissima a nasconderlo.
E in fondo, quel dolore che le aveva causato Marco, quel rimpianto che avrebbe sempre avuto di non aver fatto la scuola di scrittura creativa che voleva fare e non aver dato la tesi specialistica nonostante avesse completato tutti gli esami con il massimo dei voti, era proprio ciò che la teneva viva e la faceva andare avanti.
Tra le cose che ci fanno alzare la mattina possono essere l’amore, la passione per qualcosa, qualcuno o la voglia di darsi da fare per ottenere altro rispetto a quello che si ha già: per Jane erano la colpa e il rimpianto.
Per quante cose potessero succedergli nel presente, poteva sempre tornare a quel senso di colpa nei confronti di se stessa, a quel rimpianto per non aver fatto la cosa giusta: viveva per energia negativa, Jane, o quantomeno l’aveva fatto prima di incontrare James.
Con James era diverso. Con lui era cambiato tutto.
Se avesse deciso di agire come di solito faceva avrebbe dovuto rompere il precario equilibrio del loro rapporto dicendo qualcosa, o facendo qualcosa, per definirlo.
O avrebbe dovuto maledire la sua proverbiale sfortuna in amore per poi smettere di sentirlo o frequentare lui e il suo locale. O ancora avrebbe dovuto appollaiarsi sul muro dell’orgoglio come spesso aveva fatto in passato, per poi dare la colpa a quello quando le cose fossero precipitate.
Non ci riusciva, e non sapeva perchè. E avrebbe davvero voluto riuscirci, a volte.
Però avrebbe anche voluto capire il confine, perchè il confine c’era.
Il confine, c’è sempre.
E se era vero che lei era una che scappava, stavolta forse non era scappata, ma era stata semplicemente ferma.
Come un pedone di cui il giocatore di scacchi si scorda.
Ma quel pedone, se se ne scorda anche l’avversario, può farti vincere la partita.
E Jane, semplicemente, non capiva più se si stava comportando come quel pedone silenzioso, fermo immobile nella sua postazione strategica e per questo ormai quasi invisibile nella sua costante presenza sulla scacchiera, o come un ragno dietro a un mobile quando il mobile si sposta.
In fuga.

Quando gli mandava un messaggio la domenica mattina e lui non le rispondeva, quando la confondeva come un puzzle a cui sono stati aggiunti pezzi che non c’entrano niente facendole sentire che per lui contava davvero qualcosa per poi dimostrargli con i fatti che in realtà non contava assolutamente nulla. Per ogni volta che la stancava come una pedalata in salita senza forse neanche accorgersene, per ogni volta che la faceva sentire inutile e non abbastanza bella, dolce, adeguata, giusta.
Per ogni sguardo, ogni tocco, ogni sfiorarsi delle loro mani o casuale incrociarsi dei loro occhi che si portava dietro talmente tanto, per lei, da svuotarla dentro, mentre per lui c’era solo nell’attimo, e poi era dimenticato.
Per tutto questo avrebbe voluto saper trovare un motivo valido per andarsene, per smettere, per chiudere quello che no aveva mai veramente aperto altrove che nel suo corpo, pelle, anima, la chiamava qualcuno, ma non lei.
E quel motivo non riusciva a trovarlo perchè ogni dolore, ogni ferita, ogni amarezza che sentiva dentro smetteva di contare quando lui l’abbracciava o le dava una spinta per farla ridere o le chiedeva di andare a vedere un film con lui tutto, la fatica, il peso e l’amarezza sparivano come la polvere da uno specchio quando ci si soffia.
Si chiedeva se una via di uscita ci fosse, quando aspettava che la fatina che annunciava i messaggi sul suo cellulare emettesse il suo trillo. Che non arrivava.
Si chiedeva come poteva fare e sapeva di saperlo, ma non voleva, in fondo.

Perchè per la prima volta, forse, era disposta ad aspettare. E questo le faceva pensare che forse per la prima volta, si trattava davvero di qualcosa di importante, per lei. Ed era esattamente per la stessa ragione che era terrorizzata, e avrebbe voluto chiudere tutto e non aver neanche mai incontrato James, a volte. Ma era come quando vorremmo non aver mangiato l’ultima fetta di torta rimasta nel frigo: in realtà non rinunceremmo mai al piacere che ci ha dato affondare le labbra nella morbida pannosità dell’impasto solo per sentirci un pò meno in colpa per averlo fatto.
Jane voleva solo sapere.
Voleva sapere se quella torta che continuava a finire, nel frigo della sua vita, le avrebbe solo fatto prendere qualche etto oppure l’avrebbe fatta piegare in due con il mal di pancia per giorni. Era abituata a lavorare duro solo per cose che potevano per l’appunto essere conquistate impegnandosi: università, lavoro, cucina, per fino. Era solo questione di impegno, di apprendere la tecnica e poi tutto sarebbe andato come voleva lei. Bastava dosare gli ingredienti nel modo giusto, non ci sarebbero stati problemi: non poteva sbagliare, se seguiva le regole e faceva attenzione.
Ma quando si trattava di avere a che fare con le persone le cose erano diverse, ed era lì che lei non si era mai davvero sentita adeguata, o capace: non si trattava più di studiare a sufficienza o impegnarsi il piùpossibile: era solo questione di sperare ed essere, tuttto sommato, fortunati.

Jane non riusciva a rassegnarsi all’idea che lei non lo fosse mai stata, quando si trattava di amore, fortunata, e cominciava a credere che forse non facesse per lei. In fondo, si era più volte detta, tanti settori della sua vita dall’esterno dovevano sembrare perfetti: lavorava, da quando aveva appena ventitrè anni, per una grande compagnia televisiva americana che si occuapava di musica, viveva a Londra in un appartamento tutto suo, aveva una laurea, un passato di PR per un gruppo, aveva incontrato e trascorso del tempo con musicisti e persone famose per cui tutti i suoi amici avrebbero dato qualsiasi cosa.
Eppure, si rendeva conto, non era mai stata fortunata dal punto di vista dei rapporti con le persone.
Per quanto riguardava l’amore non sapeva se per colpa sua, degli altri o del destino aveva praticamente finito per soffrire, solo soffrire, tutte le volte che aveva provato qualcosa per qualcuno.
Intuiva la causa fosse un’insieme di tutti i seguenti fattori: suo carattere, suo comportamento, sue scelte, sfortunate coincidenze con altri, negativa congiuntura karmica e tutto sommato si era rassegnata a vivere senza quella fetta di vita. Nel suo cervello si diceva di continuo che si era ripromessa di non caderci di nuovo e per lunghi periodi ci riusciva.
Poi arrivava qualcUno, e tutto rincominciava da capo.
Lei invidiava quelle persone che parlavano di amore come lei parlava di nuovi ristoranti etnici trovati su Time out: si rendeva conto che non si accorgevano di quanto fossero ridicoli ed in fondo fortunati. A lei capitava di trovare un ragazzo interessante molto più raramente di quanto le capitasse di trovare delle banconote da venti sterline in terra. (E non ne trovava mai, di banconote da 20 sterline. In terra).
E di certo non c’era stato nessuno che le aveva fatto quello che le aveva fatto James, perchè James le aveva fatto: nulla.
E non sapeva come liberarsi dall’incantesimo di cui si sentiva vittima, perchè di incantesimo, non ce n’era proprio nessuno.

lunedì 19 ottobre 2009

10.

”Goodbye and I choke, try to walk away and I stumble, though I try to hide it, it’s clear, my world crumbles when you’re not here” Macy Gray



La settimana precedente Christine era uscita con un amico e lei non aveva proprio voglia di rimanere sola, così aveva sentito James, che aveva da fare per lavoro ma che aveva detto le avrebbe fatto sapere. Lei l’aveva chiamato prima di uscire dall’ufficio e tutto quello che aveva ottenuto da lui in risposta era stata una telefonata ore dopo, in cui non si sentiva nulla e in cui era riuscita a capire solo che non aveva nessuna intenzione di incontrarla.
Aveva deciso di lasciar perdere e pensare ad altro, (per esempio a come fare la focaccia sabato mattina), era andata nel suo locale come tutte le settimane e per una volta se ne era andata serena, dicendogli “Ci vendiamo sabato prossimo”. Per poi essere svegliata il giorno dopo all’una, dal trillo fatinoso del cellulare che annunciava una chiamata proprio di James. Non aveva fatto in tempo a rispondere e ancora nel dormiveglia (cosa strana, vista l’ora, per Jane; che di solito non dormiva mai dopo le undici la domenica nonostante fosse andata a dormire alle cinque del mattino) aveva afferrato il cellulare, chiuso la porta bianca della camera da letto e richiamato James senza neanche sentire il messaggio che lui le aveva lasciato.
Appena lui aveva risposto, lei aveva capito dell’errore commesso: la prima frase che si era sentita rivolgere era stata “Mio Dio, hai una voce atroce!”
In effetti, la sua voce era atroce. Ma non era bello sentirselo dire, comunque.
Sembrava quella dei maniaci nei film comici: impastata, cupa e granulosa, se ne rendeva conto da sola.
Aveva fatto finta di essere già sveglia da un po’, comunque, e aveva imputato il tono lugubre (da travestito Brasiliano, a volerla dire tutta) al fatto di non aver ancora avuto occasione di dire nulla.
Quel giorno doveva andare all’Ikea con Christine, era una cosa programmata da tempo e si ricordava di averlo detto a James, che evidentemente se ne era dimenticato, o semplicemente non gli aveva dato importanza.
Così si era preparata ed era andata, passando un pomeriggio dei più belli che potesse ricordare e salutando James come salutava suo padre quando, a sei anni, ripartiva per tornare al lavoro dopo aver passato due settimane al mare con lei e sua madre, lasciandole da sole a godersi le loro ben più lunghe vacanze.
Jane ricordava perfettamente come si sentiva: impotente.
Stessa cosa era successa quando James l’aveva lasciata andare senza dire o fare nulla per farla rimanere: impotente.
Avrebbe voluto urlargli in faccia: c’è qualcosa che posso fare, per farti rimanere? Per farti dire qualcosa che mi faccia capire che vuoi che rimanga? Sapeva, da bambina, che se lo avesse chiesto a suo padre, di restare, magari tra le lacrime che soffocava ogni volta, lui avrebbe voluto stare con lei, ma forse non avrebbe potuto; la cosa che la faceva stare male di James è che sapeva che lui avrebbe invece potuto, semplicemente non voleva.
E tutte le volte che Jane si ripeteva che non ne valeva davvero la pena, per nessuno, di trascinarsi così a lungo dietro a un rapporto che non aveva un nome, e quindi non aveva un senso, e che non le dava nulla se non dolore e sfinimento; ma tutte le volte che proprio rinunciava non a sperare, ma a pensare che qualcosa come “loro due” sarebbe mai potuto esistere, era lì, in quel territorio di rassegnazione, che James l’andava a ricercare e lei, per ora, non era ancora stata capace di tirarsi indietro.
O di nascondersi abbastanza bene.

Aveva sentito la porta aprirsi mentre metteva il riso sul fuoco e aveva visto la faccia gonfia di sonno di Christine spuntare come un gufo curioso in cucina.
“Senti, ti dispiace se rimandiamo l’Ikea?”
“Umf, come mai?”
“Mi ha chiamato James ha due biglietti (non era vero) per uno spettacolo che voglio vedere da un sacco (ancora meno vero)...solo che è alle quattro..”
“No figurati vai vai..”
“Grazie! Ti va bene la pasta con burro e prosciutto?”
“Si qualsiasi cosa, grazie”
Non capiva, come sempre capitava, se Christine fosse particolarmente disturbata dal cambiamento di programma, o non per nulla toccata. Era difficile, capirlo, quando la tua migliore amica aveva il carattere di un uomo di un telefilm d’azione: interessato solo agli affari suoi, sostanzialmente.
“E che spettacolo è?”
“Ehm, non mi ricordo il titolo, ma ho letto che c’era su Time out e volevo andare da un po’ (non vero. Falso. Non ne aveva mai sentito parlare e non aveva neanche ben capito il titolo al telefono).
Non sapeva perché non riusciva a dire a Christine la verità, forse perché sarebbe suonata più o meno così: Christine, mi ha chiamato James per andare a teatro oggi pomeriggio. Se avessi avuto la mia stessa laurea, o il mio stesso funerale, se la regina mi avesse chiamato per farmi “baronetto”, oggi, sarei andata con lui lo stesso, quindi ti rendi conto che l’Ikea non mi è proprio venuta in mente quando ho accettato di andare.
E non sarebbe stato molto dignitoso.
Christine era strana, da questo punto di vista, era davvero poco femminile, a Jane non era mai capitato di non sentirsi di raccontare alla sua migliore amica di quanto le piacesse un ragazzo, eppure con Christine non c’era mai riuscita.
Era come se Jane sapesse che la sensibilità dell’amica non le avrebbe consentito di capire quanto per lei quella cosa era importante. Christine aveva avuto più relazioni serie di quante ne avesse avute Jane, ma una grande delusione d’amore l’aveva forse fatta tornare indietro a quel periodo dell’adolescenza in cui ci si innamora di professori, amici dei genitori e adulti in genere, possibilmente adulti con problemi o atteggiamenti bizzarri.
In quel periodo Christine sembrava essere seriamente presa da un panciuto signore cinquantenne con il ciuffo alla Morrissey che gestiva la distribuzione delle cassette nel loro ufficio; un uomo di cui nessuno sapeva il nome prima che arrivasse lei e con cui nessuno parlava mai, a parte qualche eccezione dovuta al lavoro.
Jane era indecisa tra il credere (lo sperare) che Christine stesse scherzando, quando passava ore a dire “quanto è carino, quanto è dolce”, e la consapevolezza che non stava scherzando quando tentava di fargli capire che forse non era il caso di continuare a rendersi ridicole in quel modo.
Christine era la persona più lunatica del mondo (dopo James, comunque, cominciava a sospettare Jane) e quando qualcosa nella sua vita non andava come voleva lei diventava intrattabile e per nulla piacevole, ma non spiegava mai perché, anzi cercava sempre di far finta di nulla, non sforzandosi però per niente di nascondere la sua insofferenza e improvvisa antipatia: come fanno, appunto gli uomini con le giacche con le frange nei telefilm sui cacciatori di taglie, o il protagonista di un film anni 50. Jane credeva seriamente che vivere con la sua migliore amica fosse una specie di palestra per il matrimonio, e la cosa la divertiva abbastanza.
Aveva imparato, con il tempo, a essere più “femminile” e a trattare l’amica come, supponeva, sua nonna trattava suo nonno all’inizio: le cucinava, le diceva cosa fare senza aspettarsi iniziative da parte sua, insisteva perché Christine le parlasse di quello che le passava per la testa (attraversando un mare di “niente”, “cavoli miei” “no, ti sbagli” “fanculo”, ogni volta), la consigliava e, proprio come nelle migliori tradizioni, le nascondeva i suoi, di segreti.
“Che mi metto? Dici che è freddo?”
“Per me si”, ma per Christine era sempre freddo.
Alla fine Jane aveva indossato un vestito rosso con i suoi stivali preferiti e un cappotto che aveva messo solo una volta, ed era uscita.
Per rendersi conto, appena scese le due rampe di scale morbide (moquette blu) e aperto la porta pesante (legno, bordò) che pioveva (acqua, grigia). Era tornata di sopra di corsa e aveva scambiato il cappotto con l’ormai immancabile Parka imbottito che le aveva regalato suo padre per il compleanno e che in molte occasioni, all’uscita del locale di James, l’aveva salvata dal morire congelata.
Era arrivata al teatro in anticipo, come sempre, e aveva aspettato James, in ritardo, come sempre, che aveva pagato i biglietti per entrambi. Erano entrati e si erano seduti, avevano parlato per qualche minuto delle solite cose e Jane, per tutto lo spettacolo, aveva cercato di assaporare i momenti in cui le loro braccia, spalle o gambe erano in contatto. Non sapeva se James ci stesse facendo caso o no (propendeva per il no), ma in quel momento non contava per lei. Tutto quello che importava, si era resa conto, era il braccio di James, dentro la camicia di James, dentro il maglione di James e il suo maglione con dentro il suo braccio: e il loro punto di contatto stratificato. Lì c’era tutto, per Jane. Se avessero dovuto costruire un palazzo con i sentimenti che provava per James, l’unico modo per trovare l’esatto baricentro della costruzione era guardare lì, tra le pieghe dei loro maglioni, dove la loro pelle in potenza si stava toccando.
Lo spettacolo le era piaciuto molto e alla fine James aveva detto di conoscere l’attrice protagonista, così si erano alzati ed erano andati ad aspettarla. Nel corridoio, mentre guardavano le persone lasciare il teatro, Jane aveva sistemato i capelli di James che non ne avevano realmente bisogno, poi era arrivata la ragazza e aveva proposto di andare a bere qualcosa: Jane non aveva aspettato che James glielo chiedesse, forse sbagliando, e si era unita al gruppo.
Avevano bevuto cioccolata calda, bianca e dolce, in un caffè del centro, avevano parlato dello spettacolo. Jane non si era sentita per nulla a disagio in mezzo agli amici/clienti di James (aveva poi scoperto che l’attrice era, in effetti, sotto contratto con l’agenzia per cui lui lavorava), anzi aveva provato la strana sensazione di essere nel posto giusto, con le persone giuste.
Cosa che non le capitava da tempo.
James aveva anche fatto qualche battuta su di lei, che l’aveva messa ancora più a suo agio. Ma non sapeva se il fatto che lei si fosse unita a loro l’avesse infastidito o lusingato. Oltretutto, mentre era lì, era evidente che tutti stessero pensando che lei e James erano una coppia, e la cosa la rendeva felice, ma la infastidiva anche.
Perché non erano.
Non LO erano.

E poi si erano salutati, e il loro saluto aveva saputo di quel treno che prendeva suo padre quando se ne andava, e lei era tornata a casa, felice e tristissima, e come sempre quando era felice e tristissima aveva optato per un take-away e un gelato.
Sapeva che era sbagliato, ma era come se non avesse scelta.
In quel momento non c’erano alternative, si trattava di ordinare una pizza gigante e mangiare un kg di gelato alla vaniglia.
Oppure;
tornare indietro, prendere James per la manica del suo orrendo cappotto di montone e non lasciarlo mai più andare via.
La seconda opzione le era oggettivamente sembrata poco concretizzabile, visto lo stato del loro rapporto; e Top Shop era già chiuso, per cui non avrebbe neanche potuto fare shopping anti-depressivo d’emergenza.
Era rimasto solo il take-away. E il gelato nel frigo.
Ovviamente.

sabato 17 ottobre 2009

9.

“And then again I'll turn down love, remembering your smile” Sunrise, The Who


Ruvido.
Ma non duro.
Come carta vetrata morbida.
Tiepido e pesante. E instabile e denso.
Bianco e giallo e azzurro. Nero.
Con un occhio chiuso ed uno aperto a fissare la luce che si rifletteva sul muro di fronte al suo letto, Jane approfondiva le pesanti rotondità della sua borsa dell’acqua calda, ormai (quasi) totalmente fredda.
Era pazzesco quanto calore riuscisse a mantenere, quella strana cisterna di bollenti vapori, e per quanto a lungo.
Aveva cercato a tentoni il cellulare, tentando di non fare troppo rumore e non svegliare Christine, e l’aveva acceso: sette e quarantasei.
Troppo tardi per dormire. Forse troppo presto per alzarsi.
Ma non aveva voglia di sprecare la mattinata a dormire.
Era sabto, giorno di brunch, giorno di bagles e marmellata, giorno di bacon.
Giorno di James.
Si era alzata facendo più piano che poteva, pur sapendo che Christine non avrebbe mai lasciato il letto prima delle undici, ed era andata nella loro living room blu a godersi quelle poche ore di solitudine.
Lei adorava Christine, molto più di quanto Christine adorasse lei, sospettava. Ma non aveva mai tempo e libertà di fare quello che voleva, con Christine in giro.
L’amica di muoveva, guardava lo schermo del suo pc come se non le importasse nulla di niente, come se nulla fosse importante, mettendola continuamente a disagio. Quelle poche ore del sabato erano le uniche che aveva, insieme alla mezz’ora mattutina, per fare quello che voleva.
Nel caso specifico: mangiare cose che non avrebbe dovuto mangiare, bere litri di caffè e scrivere.
Scriveva da poco.
O meglio, aveva rincominciato a farlo da poco; e grazie a o per colpa di James.
Era stato lui ad insistere perchè rincominciasse; non l’aveva ovviamente forzata ma glielo aveva ripetuto parecchie volte, e alla fine, una sera, Jane si ea convinta a provare (la sera del gatto, per esattezza).
In passato scrivere era stata una sua inclinazione naturale che lei aveva sempre assecondato; ma poi aveva smesso. A un certo punto qualcosa era mancato.
Sperenza, desiderio, capacità di credere nelle possibilità.
L’arte, per quanto di modesta portata, vive solo sulle possibilità, credeva Jane dopo questa esperienza.
Quello mancava era il credere in quelle possibilità che non sono, ma potranno, un giorno essere. Se non si crede alla potenzialità della realtà, non c’è ragione di scrivere, dipingere, cantare. Diventerebbe una mera cronaca del reale, l’arte. E non può esserlo perchè;
Perchè il reale alla fine ci sta sempre intorno e per quello c’è il telegiornale. E non lo guarda quasi più nessuno, volentieri. Nè il reale, nè il telegiornale che te lo dice.

Tra le altre cose che la perplimevano di James c’era il chiedersi se fosse stato per colpa sua che aveva rincominciato a scrivere, e quindi a credere nelle infinite possbilità del reale, o se avesse incominciato a essere perplessa da lui perchè la necessità di scrivere le era tornata.
Non lo avrebbe mai saputo. E in fondo, non contava poi tanto.
Quello che contava era che lo stesse facendo, sperava.
Ma c’era una strana ritualità nei suoi racconti: mentre sapeva che una buona storia vive in quel territorio sottile tra la realtà e la possibilità e si nutre della sua stessa mancanza di realtà per dare consistenza e peso a quelle possibilità, quello che scriveva ora era come se non riuscisse a esistere che come possibilità.
Avrebbe voluto riattraversare quello spazio di mancanza e necessità in cui esiteva quello che avrebbe voluto scirvere, in cui prima si muovevano le sue storie, ma non ci riusciva: era la costante perplessione che l’accompagnava in ogni momento, ad impedirgielo. Non aveva nulla a cui aggrapparsi.
Come i naufraghi in mezzo all’oceano riescono a salvarsi anche solo appoggiandosi ad una tavola della barca ormai distrutta, che costituisce in sè un nonnulla, ma in potenza significa salvezza, perchè porta in sè qualcosa che se anche non è più è stato, e può quindi tornare ad essere, così lei sentiva che senza una galleggiante tavola di legno, non c’era modo di uscire salvi dal suo mare. Da quel mare di dubbi, domande e incertezze in cui James l’aveva fatta naufragare.
E ogni volta che quella tavola sembrava lui gliela stesse offrendo, (marrone, sbilenca, fredda, gonfia di acqua salata, appena galleggiante. Ma così perfetta) e Jane provava a sfiorarla, ecco che le affondava sotto le dita, scomparendo nelle profondità del mare blu, come gli occhi di James.
Profondi e seri, buffi e pericolosi, da cui tante volte non era riuscita a staccare i suoi di occhi, proprio come forse succedeva ai naufraghi, che ad un certo punto si abbandonavano alle sconosciute pieghe dell’abisso in cui erano immersi, consegnandosi a quel nemico-culla che era il mare.
Jane era andata nell’altra stanza e aveva accesso il computer prima di scendere i tre scalini, blu anche loro, di accesso alla cucina e mettere sul il kettle per il caffè.
Mentre fissava le bollicine di vapore che si formavano nell’acqua in via di ebollizione, aveva guardato fuori per non vedere la neve, ma solo una volpe che camminava furtiva sulla tettoia sotto la finestra.
Buffo.
Si era messa al lavoro: pancakes e torta. Adorava cucinare. La rilassava, la faceva sentire in qualche modo leggera. Era sostanzialmente l’unica attività che davvero, per qualche strana ragione, riusciva a rilassarla.
Una volta infornata la torta aveva guardato l’orologio: otto e dieci. Aveva almeno due ore per sé.
Era tornata nella living room ed aveva acceso il computer, sperando che nulla l’avrebbe distratta dallo scrivere un racconto a cui lavorava da un po’.
Le ore erano volate, i caffè si erano susseguiti e pur avendo tutte le migliori intenzioni di aspettare Christine per fare colazione, mezzo bagle, una fetta di torta e due enormi biscotti al burro di noccioline erano scomparsi dalla cucina.
Poi Christine si era svegliata e avevano finito di fare colazione. Poi avevano fatto finta di provare ad andare a Yoga, finendo in centro dove avevano speso soldi in vestiti di cui non avevano bisogno e alla fine avevano fatto la spesa per cena ed erano tornate a casa a prepararsi per andare al locale di James.
Ogni sabato era per Jane una sfida contro il suo guardaroba, che pur vantando una vasta gamma di vestiti di tutti i tipi sembrava essere assolutamente insufficiente a darle opzioni di vestiario sufficienti per ogni sabato.
Alla fine aveva optato per un vestito anni 70 che ultimamente le andava un po’ grande: non si era resa conto di quanto fosse dimagrita, ma si accorgeva perfettamente di non avere voglia di mangiare tranne che quantità enormi di cibo in rare occasioni. Comfort eating, lo chiamavano lì a Londra. D’altronde non aveva molto alto cui aggrapparsi, anche quello era un po’ un sostituto per quella tavola sbilenca che James non si decideva a dargli, ma neanche a negargli definitivamente.
Mentre finiva di piastrarsi, i capelli pensava a quanto inutile fosse tutto quel preoccuparsi, prepararsi, vestirsi, truccarsi per uno a cui non importava nulla di lei, almeno non in quel senso.

venerdì 16 ottobre 2009

8.

“And I bet that this is how life, turns out when you're finally grown”
Oasis, Just getting older



Camminavano verso il loro flat ascoltando il walkman, e Jane pensava a quanto fosse felice di vivere lì: avevano vissuto per un anno in una specie di residence/ostello in quartiere “alto” di Londra, Hampstead, dove venivano trattate come bambine nonstante fossero tra le più vecchie a risiederci, dove non avevano la cucina ma il catering e dovevano dividere i bagno con degli sconosciuti.
Alla viglilia del loro primo anno a Londra Jane aveva guardato Christine e le aveva detto: senti, andiamo per i venticinque anni, lavoriamo entrambe, siamo capaci di gestire le nostre cose...ma che ci facciamo qui?
E così avevano trovato il loro appartamento.
Il loro piccolo flat a Finsbury Park, zona che Jane amava definire Etnica (cosa che in effetti era. Ma era soprattutto orientale…) e di cui amava soprattutto come faceva sentire il suo olfatto e la sua vista: appagati e incuriositi.
C’era odore di spezie, verdura, frutta e i colori erano quelli del mondo, come un quadro di Pollack che da l’idea dell’universo molto più di un planetario. O come un film di Lynch che non ci si capisce quasi nulla, ma ti piace guardarlo.
La strada dove vivevano era così: confusa, piena di gente, rumorosa con decine di alimentari con grossi stand di verdura fuori dalla porta e che vendevano anche televisori, poi, dentro. E a Jane piaceva; molto più della semplicemente incantevole Hampstead, che faceva sembrava sempre tutto così facile, nella vita, e uguale nel vivere, ma che non ti dava mai veramente nulla se non la sensazione di essere un povero tra i ricchi, e neanche ricchi del tipo che vorresti essere. Non ricchi che spendono soldi in viaggi, libri o esperienze nuove; ricchi che cambiano la BMW una volta al mese e escono da Londra solo per andare in vacanza in posti con nomi che fanno pensare ai circuiti di formula 1.
Jane ricordava perfettamente il suo terrore quando avevano deciso di affittare quell’appartamento, terrore in quel caso sia suo che di Christine. Non era tanto il fatto di andare a vivere in un quartiere nuovo, di doversi assumere tutti gli oneri che l’affittare una cosa da sole comportava. Non era neanche il fatto di andare a vivere lì, in quel quartiere, che a prima vista non sembrava certo il posto più sicuro del mondo.
Era il fatto che per la prima volta, stavano affittando un posto da un’agenzia, con un contratto annuale, cui cui c’erano solo i loro nomi, i loro dati di conto corrente. E non c’era nessun papà, nessuna mamma, nessun amico, a rassicurarle che tutto sarebbe andato bene: se tutto fosse in effetti andato bene, sarebbe stato solo merito loro. Ovviamente anche se qualcosa fosse andato storto non ci sarebbe stato nessun’altro a cui dare la colpa.
Non che Jane non fosse una persona autonoma: lo era anche troppo. Aveva iniziato a viaggiare da sola da quando era poco più che una bambina, aveva deciso di trasferirsi a Londra e l’aveva fatto, trovando un lavoro per cui praticamente tutti i giovani del mondo avrebbero dato l’anima, e poteva dire, a differenza di tutti quelli con cui era cresciuta, di star mantenendosi da sola. Era autonoma nel vero senso della parola, Jane.
Eppure, in quella situazione, si era resa conto di non esserlo affatto, almeno emotivamente.
Forse c’entrava la storia dei Koreani.
Quando avevano deciso di andarsene dal residence di Hampstead avevano messo un piede nella porta sbagliata.
In senso letterale.
Christine e Jane avevano discusso sull’andarsene o meno dal residence per mesi, giungendo sempre alla conclusione che era meglio rimanere, per questioni economiche essenzialmente.
Ma tornate dalle vacanze di Natale avevano capito di essere troppo vecchie (troppo adulte? No. Vecchie.) per poter sopportare di avere orari per i pasti, bagni in comune con diciottenni che si vestivano come Maraja Carrey nel video di “All I want for Christmas is you” e pubescenti giocatori di Cricket sempre con una pizza incartonata in mano.
Così avevano iniziato a cercare una stanza.
Non avevano vissuto mai in nessun altro luogo che non fosse quel residence a Londra e non avevano idea di come funzionassero le cose, ed erano spaventate dal trasferirsi in una zona che non conoscevano, magari nei sobborghi, abituate come erano al quartiere delle celebrità per eccellenza. Erano anche oggettivamente convinte di non potersi permettere molto di più di una stanza in un flat condiviso con altri
Avevano visto un pò di camere e alla fine ne avevano trovata una vicina a dove vivevano già, accanto alla vecchia casa di un cantante di una band molto famosa, che avevano conosciuto e frequentato l’anno precedente.
Quella caratteristica, insieme al fatto di essere una casa stupenda, le aveva accecate e convinte ad accettare di dividere un solo bagno con un professore bosniaco quarantenne e due ragazze coreane che non parlavano una parola di inglese: a raccontarlo, sorrideva Jane, sarebbe sembrata una storia da romanzo “urbano”…
La casa era economica e carina, ma i problemi non avevano tardato a venire fuori: una mattina si erano svegliate e si erano trovate il professore bosniaco in pigiama, in bagno, che puntava il grosso dito dinoccolato verso il WC dicendo “non si può buttare la carta nella tazza, siamo troppi e si intasa. Mettetela nel cestino”.
Ovviamente quella era stata la goccia che aveva fatto trabbocare il vaso: Jane ed Christine avevano chiamato l’agenzia da cui il flat era affittato per scoprire che i due ragazzi coreani con cui loro due avevano effettivamente concluso il contratto erano subaffittatori illegali e avevano detto ai legittimi propietari di vivere nell’appartamento.
Tutto si era poi risolto per il meglio, almeno monetariamente parlando: Jane aveva insistito per andare all’agenzia a scusarsi per aver illegalmente occupato la loro proprietà con un’infantile Christine, che voleva solo andare a casa a riprendere il suo portatile preoccupata che i ragazzi coreani potessero fargli qualcosa per vendicarsi di aver chiamato i propietari.
Fortunatamente il padrone dell’agenzia aveva anche lui una figlia, e apprezzando il gesto di scuse che le due ragazze avevano fatto, aveva chiamato i coreani minacciandoli di chiamare l’immigrazione se non avessero restituito ad Christine e Jane tutti i loro soldi.
Ovviamente avevano dovuto lasciare la casa il giorno stesso, tornando nel residence per qualche giorno e sapendo di essere costrette, visto che avevano dato due settimane di preavviso per lasciare la loro stanza, a trovare una nuova sistemazione in poco più di quattro giorni.
Jane ricordava quanto James era stato importante, anche se materialmente inutile, in quei due giorni di follia in cui lei non sapeva se avrebbe più rivisto i suoi soldi, se avrebbe avuto un tetto sulla testa o avrebbe dovuto finire per andare a dormire nella stanza di emergenza del suo ufficio.
Lo chiamava sempre e ci parlava, disperata. E lui era carino, dolce, gentile.
Ma non le aveva mai offerto di andare a stare da lui. O di aiutarla a fare qualcosa.
Tutto si era risolto per il meglio, in fondo.
Ma questa esperienza negativa, insieme al timore di non trovare un posto dove andare, il comportamento indecente dei managers del residence dove avevano vissuto per più di un anno, che avevano deciso di mandarle via senza neanche un giorno di proroga rispetto al giorno di partenza da loro indicato, la paura di trovare una casa non adatta alle loro esigenze per questione di tempi avevano caricato la loro ricerca di molti più pesi di quanti ne avrebbe avuto comunque.
Per cui quel giorno piovigginoso in cui avevano visto quello che poi sarebbe diventato il loro Flat, erano entrambe spaventate come due rondini che cadono dal nido per la prima volta e pensano “Oh, cacchio, ed ora?”.
Alla fine si erano convinte di essere sufficientemente grandi per iniziare ad assumersi responsabilità da adulte e avevano firmato il contratto.
Era stato emozionalmente ed estenuante e Jane proprio in quei giorni aveva visto James come avrebbe sempre voluto vedere James: lui, lei, tea in un piccolo caffè di Covent Garden.
Era nervosa, stanca e non riusciva a credere di essere lì con lui.
Avevano parlato come sempre di faccende che non li toccavano (come l’effetto serra, la società che andava a rotoli e l’educazione dei bambini), e anche marginalmente di loro (crescere, riuscire a vivere nel mondo che corre sempre di più), senza fornire dettagli. E quando lui, dopo ore, la stava portando alla fermata dell’autobus, Jane aveva chiesto “hai messo al tuo gatto il collare col campanello che ti ho portato a Natale?”
“Non ancora”, aveva detto James; “e poi non è proprio il mio gatto”, aveva aggiunto.
Jane aveva chiesto ridendo di chi fosse, e lui aveva divagato, facendole scendere un brivido giu’ per la schiena.
Capita certe volte di sentirsi davvero male per qualcosa di stupido.
Come quando passi anni a guardare i film per cui tutti piangono senza mai versare una lacrima e poi vai a un pre-screening di Charlottès Web e piangi come una bambina a cui hanno tolto il sonaglio dalle mani davanti al ragno che muore o ti sciogli come il ghiaccio che avvolge il pesce surgelato quando lo metti sotto l’acqua bollente.
Ed era porprio quello che era successo a Jane quella sera.
James la guardava negli occhi, e le scritte di Piccadilly Circus li illuminavano entrambi di rosso e blu. Non c’era, potenzialmente, nulla di più romantico (a parte l’alba a London Bridge guardando verso Tower Bridge, forse) e lei continuava a insistere con la storia del gatto.
Era spaventata, spaventata che lui non avrebbe mai fatto quello che lei da mesi voleva facesse. Ed era terrorizzata, addirittura, che invece l’avrebbe fatto. E lei avrebbe di nuovo perso la testa e si sarebbe ritrovata di colpo col cuore spezzato, senza una ragione.
Così aveva insistito col gatto, perplimento lui quella volta, piuttosto profondamente. La storia del gatto era diventata la storia dei segreti tra loro e quando Jane era tornata a casa, e non facendocela più aveva raccontato ad Christine (sul cui modo di pensare e vedere le cose maschile, più che femminile spesso scherzavano) quello che era successo (omettendo i particolari dell’ansia/paura di quello che stava o non stava per succedere) l’amica le aveva fatto capire quanto stupida fosse stata a comportarsi così.
Christine era stata davvero utile, in quell’occasione.
Jane era tornata e aveva mangiato voracemente il cibo che Christine le aveva tenuto da parte (erano ancora nell’ostello per un paio di giorni) e poi era voluta uscire a prendere un film e fumare una sigaretta.
Christine non aveva detto nulla, abituata a vedere l’amica spesso di cattivo umore.
Ma alla fine Jane non ce l’aveva fatta e aveva detto: “ Scusa se sono scazzata, è che ho litigato con James”.
“Per cosa?”
“Non mi ha voluto dire di chi fosse il suo gatto”
“Eh?”
“Non ha voluto dirmelo. Ha buttato lì il fatto che il gatto non fosse suo e poi non ha voluto spiegarmi”
“Jane, ti prendeva in giro, lo sai. Poveraccio! Si è proprio cacciato in una bella situazione!” . aveva detto Christine ridendo.
“Ma che bella situazione! Non puoi fare così! Non puoi dire, il gatto non è mio e lasciarla morire lì. Io devo sapere!”
“Ma cosa devi sapere, saranno anche affari suoi se non vuole dirtelo. E poi ti prendeva in giro fidati. Sei proprio scema è.”
Jane aveva realizzato che si, era stata proprio scema.
O almeno, sperava, di esserlo stata.
E invece.

Erano arrivate al loro flat con la porta bordeaux stanche ma felici di avere un divano su cui gettarsi (Christine) e una cucina in cui darsi da fare (Jane).
“Allora, spiedini?”, aveva detto Jane mentre salivano le scale, “Forte, si. Poi guardiamo Friends?” aveva detto Christine.
“Ne ho scaricate due puntate, per ora, chissà se ha finito con la terza”.
Arrivate a casa Jane si era messa al lavoro in cucina ed Christine si era chiusa in camera a trafficare col suo Pc, come sempre.
Le piaceva quel momento di solitudine. Piaceva sia a Jane che ad Christine, ognuna a fare quello che preferiva per rilassarsi.
La loro qualità della vita era drasticamente migliorata da quando si erano trasferite, e anche se il loro flat era piccolo (Jane preferiva dire confortevole) e richiedeva ancora degli aggiustamenti (curabili con una visitina all’ikea), ci si sentiva a suo agio.
Era strano quanto lei fosse mautra e adulta quando si trattava di gestire una casa, trovare un lavoro, fare un viaggio e quanto potesse essere insicura e incapace di muoversi nei rapporti umani con le persone.
Aveva davvero amato un ragazzo solo nella sua vita. Anche se da bambina.
E lui le aveva spezzato il cuore, o forse lei se lo era spezzato da sola.
Se c’è un punteruolo appeso sol muro, e ci si va a sbattere volontariamente contro, è il punteruolo ad ucciderci, o siamo noi stessi?
Lei l’aveva visto, aveva capito cosa volesse dire Damian Rice quando cantava “I rememember it well/the first time that I saw/your head round the door/coz mine stopped working”.
La sua testa aveva proprio smesso di funzionare. E tutto sommato tutto aveva avuto un senso all’inizio, ma lei e lui volevano cose troppo diverse, ed erano persone troppo diverse, per funzionare.
O semplicemente, con gli anni Jane aveva capito, lei a lui non piaceva abbastanza.
E questa cosa l’aveva distrutta. Dentro.
Può sembrare assurdo, buffo, che un ragazzo con cui stai così poco, e così giovane, ti cambi totalmente la prospettiva sulla vita.
Quel tipo senza neanche accorgersene aveva parcheggiato sul suo cuore un tir enorme. Uno di quelli che qualcuno mette lì e poi non sposta mai, e tutta la gente (o forse capitava solo Jane) passa, lo vede parcheggiato lì tutti i giorni e si chiede cosa sia successo.
Se a un certo punto la persona che ce l’ha messo è morta, o cosa, e perchè ha deciso di lasciarlo proprio lì e non andare a riprenderlo.
Lui aveva fatto così.
E quel pezzo di strada, che era la speranza che ogni persona ha in sè che un giorno troverà qualcuno che ama e da cui essere riamato, in Jane era per sempre stata coperta da un tir arrugginito, con il retro coperto da un telo mattone.
Quel ragazzo l’aveva cambiata, o lei era cambiata dopo di lui: queste cose non sono mai chiare. E tutti quelli che erano venuti dopo erano stati errori. Anche l’unica altra persona che era davvero riuscita a toccarla, cioè a ferirla nuovamente, non era stato che un errore, per Jane.
Non aveva mai avuto il regalo, o il privilegio, di stare con una persona che amava davvero, tutti quelli che volevano stare con lei non le interessavano, erano sempre sostituti di qualcosa che non c’era mai stato, e non c’era ancora, e forse, ormai lei credeva, non ci sarebbe mai stato.
Era nata rassegnata la sua capacità di amare, spesso pensava. E davvero, non era quasi più un problema per lei.
Certo, alle volte avrebbe voluto sapere com’era, stare con qualcuno che amava e da cui era riamata, qualcuno che non si vede l’ora di vedere ogni volta che c’è l’occasione, qualcuno che ogni volta che ci mette lo sguardo addosso è come ci gettasse un secchio di acqua bollente sul viso, qualcuno che nonostante tutte le cose non vanno, va bene per noi.

Come la tenda.

L’estate dell’anno prima Jane aveva comprato questo vestito da top-shop, il negozio per eccellenza di Londra. Era orrendo, a ben guardarlo (il vestito); ricordava una tenda in un teatro d’epoca (pacchiano, come teatro. Quelli con gli angioletti di bronzo nel bagno, per capirci)
Jane ricordava esattamente com’era iniziata, la storia d’amore tra lei e quel vestito.
Era entrata da Top-shop con Christine cercando un vestito per un concerto ad Hyde Park (era agosto); qualcosa di leggero e estivo, semplice, di base.
Aveva visto questo strano drappo variegato più di una coppa di gelato alla vaniglia e amarena e ci aveva fatto un paio di battute sopra: ah, che brutto, ah, chi lo compra.
Aveva fatto come gli squali attorno a una preda troppo grande: si era avvicinata piano piano facendo finta di non essere interessata.
Alla fine l’aveva provato.
Ed era così brutto, ed era così inappropriato alla Situazione (alla situazione pianeta terra: a qualsiasi situazione cioè) ma le pareva le stesse così bene e la faceva sentire così a suo agio, che in fondo non importava sul serio.
Era il suo vestito preferito, l’unico che la faceva sentire davvero bene.
Ed era terrorizzata dal fatto che quel vestito le ricordasse proprio James, pensava mentre infilava le zucchine, alternandole con i peperoni e i pezzi di carne, sui lunghi bastoncini di legno.
Londra; la tenda; James. La sua triade pazza e storta.
Tre cose che non andavano, per cui non c’era una ragione sola per amarle, ma che lei invece amava più di qualsiasi altra.
Ma comprare un vestito era facile.
Trasferirsi in una città dura e grigia come Londra, si poteva fare.
Il vestito lo puoi buttare, lo puoi restituire, puoi chiuderlo nell’armadio. La città la puoi lasciare, la puoi odiare, la puoi evitare, anche vivendoci, in fondo.
Sono cose, sono luoghi, non è così difficile dominarli.
Anche se non sono amori o odi razionali, puoi controllarli, e curarli.
Ma come fare per curare e far sparire la sensazione che ti da una persona sulla pelle?
Come riuscire a lavare via la consapevolezza che per quante camicie con le casette cinesi indosserà, per quante risposte non ti darà, per quanto ti farà stare male e ricorrere ogni notte al famoso barattolo di gelato al cioccolato, per quanto ti metterà a disagio, per quanto ti farà chiedere che cosa non va in te, per quanto ti costringerà a renderti conto che non fa per te, a te andrà bene lo stesso, anzi, proprio per tutte quelle cose che non vanno?

“È quasi pronto!” avava urlato Jane. “Vieni ad apparecchiare?”
“Arrivo” aveva urlato Christine mentre Jane già cominciava a disporre i piatti sul tavolo.
“Che belli!” aveva detto Christine vedendo i lunghi spiedini profumati arrivare in tavola, “aspetta che prendo l’acqua”.
Le due amiche si erano messe a mangiare davanti all’immagine tremolante e poureige della TV, fastidiosa, ma ancora non avevano installato il satellite e si accontentavano di avere qualcosa da fissare mentre le loro bocche erano occupate a masticare.
“Domani c’è la serata dedicata a Morrissey vicino al barbican”, aveva detto Christine.
Jane aveva smesso di mangiare e aveva detto “No, dai domani dobbiamo andare da James, gliel’ho promesso”
“Non è che se una sera non andiamo succede qualcosa eh”.
Tipico di Christine, o forse aveva ragione in fondo.
Non avendo detto nulla a Christine di come stavano le cose con James, e possedendo Christine l’intuito di una sarda fritta, Jane si aspettava lei capisse da dove veniva la sua necessità, più che voglia, di andare nel locale di James tutti i sabati.
Invece magari non era tanto ovvio, da fuori. E Jane faceva di tutto per far, in effetti, pensare il contrario.
Ma non conosceva nessuno che sarebbe venuto con lei a quella serata, a parte Christine, ed ancora non era mai andata da sola, spaventata dal non sapere bene che fare visto che James e tutti gli altri che lei conoseva erano super impegnati per tutta la serata.
Quando Christine proponeva di non andare, Jane si sentiva come quando i professori minacciavano di non portare la classe in gita: privata di qualcosa di importante e che spetta di diritto.
Capiva che l’amica non aveva gli stessi interessi che aveva lei nei confronti del locale e delle persone che ci lavoravano, però le avrebbe fatto piacere che per una volta Christine capisse. Quando pensava questo finiva sempre per sentirsi egoista, in realtà: sapeva bene che se avesse detto all’amica la verità lei non avrebbe fatto fatica ad accompagnarla sempre, ma sospettava che qualcosa sarebbe cambiato nel modo in cui vedeva l’andare tutte le settimane nello stesso posto e probabilmente le avrebbe suggerito di andare da sola, una volta.
Cosa che Jane si rendeva conto di dover fare, forse.
Ma aveva troppa paura che finisse come sempre: con lei e James che si salutano freddamente alle quattro e mezza del mattino senza dirsi nulla di diverso dall’ultima volta, quindi senza dirsi nulla.

“Ti piacciono?”
“Si buoni”, aveva bonfocchiato Christine tra una masticata e l’altra, “e grazie per aver coperto la verdura con il formaggio..”
“Figurati so che è l’unico modo per fartela mangiare. Che guardiamo stasera? Friends? Lost? Affittiamo un film?”
“Bo non so per me è uguale”

Per Christine era sempre quasi tutto uguale, e certe volte Jane non lo sopportava. Non capiva se fosse davvero uguale, per lei, o se lo dicesse perchè aveva paura che quello che le andava fosse diverso da quello che magari andava a Jane. Poi aveva capito che era davvero uguale, per lei.
Christine le ripeteva costantemente di smettere di farsi tutti quei problemi e capire che per lei, in effetti, certe cose cose contavano meno di quanto credesse. Ma Jane non ci riusciva, a capirlo, era troppo distante dal suo modo di vedere il mondo e affrontare le cose: per lei raramente due cose erano uguali, lei vedeva la differenza, più che la somiglianza. O meglio, viveva la somiglianza differentemente.
“Allora vediamo Lost, non si sa mai”
“Che vuol dire non si sa mai scusa? Non volevi aspettare di avere più puntate e vederlo mentre mangiavamo la pizza?”
“Non si sa mai, potremmo morire domani e...”
“E non vorresti morire senza aver visto l’ultima puntata di Lost, chiaro. Perfetto, vediamo Lost”
“Ah-ah-ah molto spiritoso. Comunque si”
Tra lei ed Christine funzionava per quello.
Per Christine era forse davvero uguale, guardare Friends o Lost, per Jane no. Ma mentre Jane per qualcuno a cui voleva bene, avrebbe visto qualsiasi cosa, era disposta a fare un sacrificio, che poi non lo era in realtà. Ma per lei non era affatto uguale.
E funzionava perchè Christine per quieto vivere la lasciava decidere.
Funzionava perchè Jane aveva bisogno di essere quella che trascinava, che trasportava, che si assumeva le responsabilità; e funzionava, perchè ad Christine e Jane andava benissimo così.
Avevano visto l’ultima puntata di Lost trasmessa negli Stati Uniti (scaricata in maniera totalmente e assolutamente illegale) mentre mangiavano gelato alla vaniglia e alla fine dell’episodio Christine aveva già gli occhi di chi, potendo, starebbe già dormendo da ore.
“Io vado a domire”, aveva detto, come ce ne fosse stato bisogno, e Jane aveva aggiunto “anche io”mentre metteva su il kettle per riempire la borsa dell’acqua calda.
Borsa che Jane aveva avvolto in un tanto costoso quando orrendo vestito glitterato, blu, che sua Zia le aveva regalato a Natale. Lei l’aveva chiamata Giorgio (la borsa vestita).
Mentre si infilava sotto lo spumoso piumino rosso e viola, Jane pensava di nuovo a James; anzi, alla sua camicia.

Il piumino era in effetti rosso e bianco, in origine, con coniglietti paffuti che mostravano il loro lato posteriore. Ma che dopo una sventurata convergenza di
temperatura di lavaggio errata e scelta del mix di indumenti da lavare pessima, aveva optato per una divergenza verso il violaceo. Lui come altre molte cose che avevano fatto il giro della morte nella lavatrice di Jane la prima notte che aveva passato nella nuova casa. In realtà, dopo lo shock iniziale, aveva realizzato che alcune cose le piacevano molto più cosi.

Era a quadretti piccoli.
Bianchi e blu.
E sopra aveva un maglione (a V) blu. Di Cashmer. “Come accarezzare un gatto”, aveva detto la voce nella testa di Jane quando l’aveva toccato, l’ultima volta che si erano visti. Morbido in atto e caldo in potenza.
E il colletto della camicia era aperto esattamente nella giusta maniera.
E lui era vestito benissimo dalla vita in su, e con un paio di pantaloni buffi e scarpe sbagliate dalla vita in giu’. Senza contare il pesantissimo cappotto di montone che si ostinava ad indossare sopra a tutto.

Jane aveva sorriso e aveva stretto Giorgio (che bruciava, nel vero senso della parola) al suo pigiama nero con le stelle viola, oggetto molto sexy e maturo, si rendeva conto.
James le andava proprio bene cosi: le piaceva in tutte le sue sfumature e sfaccettature. Le piaceva, in realta, talmente tanto da non riuscire a dirglielo, si era resa conto. Tanto da rimanere quasi pietrificata. Non tanto da lui, ma da quanto la stupisse il fatto che le piacesse così tanto.
Cosa aveva di speciale?
Chi credeva di essere per poter non rispondere ai messaggi, scomparire per giorni senza lasciare tracce, trattarla come se fosse trasparente, non ringraziarla per i suoi (stupidi, si, lo sapeva) regali fatti solo per dire che stava pensando a lui?
E lei, soprattutto, che razza di persona era a permettergli di fare tutto questo? Perchè non riusciva mai a provare rancore nei suoi confronti? Voleva solo sapere cosa aveva, di tanto speciale James, da riuscire a farla franca sempre.
Si chiedeva tutto questo mentre la sua fronte cominciava a diventare pesante.

mercoledì 14 ottobre 2009

7.

“It’s not better to be safe than sorry” A-ha


Ogni sabato. Ed era venerdi.
Presto sarebbe stato sabato. Jane non sapeva se voleva arrivasse di corsa, o non arrivasse mai.
Però ad un certo punto le decisioni le devi prendere. Devi farlo. Non c’è storia che tenga. Devi dire a te stessa, ad un certo punto, che forse il momento di fare qualcosa è arrivato. E tu lo sai che non vale la pena fare nulla di eclatante, che basterà un piccolo gesto, e sarà come premere un bottone in un libro di fantascienza: il mondo esploderà.
O non lo farà.
Quanto aveva fatto per James? Alternava momenti in cui realizzata di aver fatto davvero di tutto per fargli capire quanto teneva a lui, a momenti in cui credeva di non aver fatto abbastanza, di non essere stata sufficientemente chiara, mai, ancora. Per James.
L’aveva invitato ad uscire e lui aveva cambiato discorso, gli aveva portato regali, fatto tutto quello che lui gli chiedeva e troppo di quello che lui non aveva mai chiesto; era stata a sua completa disposizione, gli aveva risposto alle sue stupide email e messaggi a qualsiasi costo (uscendo di notte per ricaricare il cellulare, aprendo la sua casella di posta elettronica personale durante il lavoro, magari mentre il capo la fissava...)
E non sapeva nulla di lui, non sapeva se lei era una come mille altre nella sua vita, o se era l’unica con cui li aveva quel tipo di rapporto. C’era un modo per saperlo? Oltre che chiederlo? E a anche chiedendolo, avrebbe cambiato qualcosa? La sua risposta, sarebbe stata attinente?
Le risposte di James non lo erano mai, e lei l’adorodiava, per questo. Aveva sempre amato più le domande delle risposte, lei. Ma in questo caso era troppo confusa per apprezzare la cosa. E in questo caso avrebbe voluto saper chiedere.
O forse solo che lui sapesse rispondere.
Voleva fare qualcosa, anzi voleva che lui facesse qualcosa per cambiare le cose, ma si era resa conto di stare proprio sbagliando tutto: era lei che per quanto ne sapesse, stava male in quella situazione.
Era lei che soffriva quando lui spariva, era lei che si tormentava su come lui si comportasse. Era lei, ad essere a pezzi; a ritrovarsi ogni domenica a ingurgitare moli spropositate di “comfort food” pur di scacciare l’angoscia ed il peso di non essere riuscita a dire, e di una situazione in cui, di nuovo, nulla era cambiato.
Avrebbe voluto avere il coraggio, la capacità e la maturità per chiamare James e dirgli di incontrarsi, insistere per incontrarsi, perfino, e spiegargli come poteva che da quando l’aveva conosciuto aveva capito cosa volevano dire tutte le poesie, tutte le canzoni, tutti i film in cui si diceva che l’amore vero si riconosce perchè da chi amiamo tolleriamo di tutto e anche se arriviamo ad odiare l’altro per tutto quello che fa, gli consentiamo di fare certe cose, di comportarsi in certe maniere, che non consentiremmo a nessuno.
Anzi lo amiamo per quelle maniere che odiamo
Jane spesso pensava: quanto ti odio, quanto sei fastidioso, quanto potrei fare una lista infinita delle cose che non vanno in te, sarebbe così lunga da poter andare avanti per ore a leggertela; e quanto odio il fatto che so che tu mi guarderesti innervosito e stufo dopo le prime due righe dicendo qualcosa tipo “se mi odi così tanto allora cosa vuoi da me”?, oppure semplicemente faresti una battuta scema pensando di sistemare tutto; pensando che in fondo sto scherzando. O non diresti niente: ecco. Si. Forse si.
Ma poi giorni passavano senza che lui si facesse sentire, magari due, e lei non aspettava altro che ricevere un messaggio, un’email, una telefonata da lui.
E spesso sapeva che se avesse aspettato l’avrebbe ricevuta, e certe volte ce la faceva, ad aspettare, perchè tanto prima o poi arrivava. Ma certe volte no, certe volte era lei che cedeva e si sentiva dare le solite laconiche risposte da lui.
Christine le era spuntata alle spalle come sempre, con cappotto e sciarpa bianca già indossata: “Andiamo allora?”
Jane non si era resa conto fossero già le cinque e mezzo. Tipico. Di quando aspettava una risposta da James.
“Allora andiamo?”
“Ok” aveva detto Jane spegnendo il computer e spingendo la sedia viola, imbottita, indietro.
“Che mangiamo a cena? Ti va...ti vanno gli spiedini al forno?”
“Dai si, buoni!” aveva detto Christine entusiasta.
Jane cucinava per lei e per Christine tutte le sere. Preparava tutte le mattine la colazione per l’amica, e il brunch (e la cena) nel weekend . Le piaceva farlo, le piaceva avere qualcuno di cui prendersi cura. E che questo qualcuno apprezzasse il suo prendersene cura, per l’appunto. Non si aspettava nulla in cambio, ovviamente, ma apprezzava che Christine fosse genuinamente felice di trovare sul tavolo le fette di pane già imburrate e immarmellatate, al mattino, e mangiasse la cena di gusto tutte le sere.
Jane era sempre stata quel tipo di persona che ama vedere gli altri mangiare quello che cucinava, ridere per quello che diceva, passare una mezz’ora piacevole leggendo le sue storie.
Non lo faceva, come molti, inclusa Christine, credevano, per manie di protagonismo o voglia di stare al centro dell’attenzione; lo faceva per reale piacere nel realizzare di essere in qualce modo stata capace di far stare qualcuno meglio di come stava prima. Certe volte pensava a quanto l’idea che la gente aveva di lei fosse errata: tutti la credevano una persona ambiziosa e determinata; che non voleva altro se non avere successo, fare qualcosa di grande ed eccezionale e che aveva la capacità e i mezzi per farlo.
I fatti, purtroppo o per fortuna, davano ragione a chi la credeva cosi: a ventiquattro anni era laureata, aveva alle spalle un master, esperienze di lavoro come copywriter e PR, si era trasferita a Londra da una piccola città di provicia italia a e subito era stata assunta a tempo indeterminato per una delle compagnie media più famose del mondo.
Eppure a Jane tutto quello non interessava.
Le dava molta più soddisfazione preparare una cena per i suoi amici o scrivere un racconto che nessuno avrebbe letto, piuttosto che pensare a tutto quello che professionalmente aveva raggiunto nella sua vita.
Forse, in fondo, il suo ideale sarebbe stato di essere una mamma casalinga, che alterna il suo tempo tra il prendersi cura della famiglia e lo scrivere libri.
Chissà quanta gente realizzava che non stava scherzando, quando ogni tanto lo diceva. Da un certo punto di vista sperava qualcuno ci fosse, ma da un altro sperava nessuno la prendesse troppo sul serio: aveva paura non accadesse mai e di ritrovarsi a dover rimpiangere quel mai accaduto non solo con se stessa, ma anche con gli altri.
Faceva tutto parte della stessa grande fotografia, per Jane, la “big picture”, come dicevano lì a Londra: non condivideva le sue informazioni personali perchè Jane sapeva bene che la vita è imprevedibile. La vita è assurda. La vita è dolorosa e faticosa. E che condividere un sogno, un desiderio...una mancanza, è il modo migliore per renderli ancora più mancanti.

Forse, tutto sommato, lei con Salinger, era d’accordo.
Non raccontare mai nulla a nessuno era l’unico modo per non dover mai sentire il peso di quello che si era raccontato. Molti dicevano che condividere segreti, desideri, ambizioni era il modo migliore per renderle meno gravose su quella che il mondo chiava “anima”; per Jane, al contrario, voleva semplicemente dire doversi confrontare non più solo con i suoi demoni interni, che le ricordavano di continuo quanto lontana fosse dalla meta, ma anche con quelli esterni.
In fondo, pensava, era felice che nessuno l’avesse davvero mai capita. Che nessuno avesse mai capito quanto bisogno aveva di un abbraccio, a volte; quanto doloroso era per lei non poter mai sentirsi fragile. Non conquistare le cose che voleva.
Era un modo per proteggersi, quel non farlo capire. E tutto sommato, credeva lei, funzionava.
“Ecco, l’abbiamo perso”
“Lo sai che ne passa uno ogni due minuti Jane, quindi smettila di lamentarti per favore”
“Non mi lamento, dico solo che Murphy aveva proprio ragione, tutto quello che può andare male, va sempre male”
“Ma su è solo un bus”
“Part of the big picture...” aveva risposto Jane.

Si rendeva conto che la perplessione di Christine era giustificata e giustificabile: sapeva che Jane non amava il suo lavoro, che era pessimista di natura e che tendeva sempre a vedere il lato più nero delle cose, ma non sapeva di James.
Non sapeva che le giornate di Jane avevano una sfumatura totalmente diversa quando lui era di buon umore e la faceva divertire con le sue email. Non sapeva quanto non sentirlo per due giorni cambiasse tutta la sua prospettiva sulla vita, sul lavoro, sull’universo, per fino.
Non sapeva quanto lui fosse indispensabile, ormai, per Jane, per sentirsi a posto con se stessa.
Non lo sapeva.
E forse non lo avrebbe mai saputo.
“Ecco il ventinove! Cavolo quanto è pieno!”
“Dai che ci riusciamo” aveva detto Jane.
Erano salite dul bus srizzandosi tra gente di tutti i tipi e colori, e odori. Odiavano entrambe quei quindici minuti che le separavano da casa, ma sapevano di essere fortunate a vivere così vicino all’ufficio lamentarsi sembrava ridicolo, considerato che la maggior parte dei loro colleghi dovevano fare almeno un’ora di viaggio per tornare a casa.
Londra era enorme.
Jane se ne era resa conto da poco. Sembrava, in realtà, molto più piccola di Roma, a viverci: i trasporti funzionavano e in certe zone non si andava mai. Eppure, quando guardavi anche solo alla mappa della metropolitana avendo un’idea di come fosse fatta la città, non potevi non realizzare quanto immensa, e complicata, e intricata, fosse la sua geografia.
Tutta quella grandezza era terrificantemente rassicurante, pensava Jane: era come svegliarsi da bambino nel lettone dei tuoi genitori, vuoto, quando hai la febbre. Per un attimo ti senti perso, in quell’enorme spazio vuoto, ma poi capisci che sei al sicuro, tutto sommato, più lì che se fossi nel tuo di letto.
Londra era così: disorientante e accogliente, per lei.
Un posto si era liberato e Jane, come sempre, aveva fatto sedere Christine.
C’era questo strano rapporto madre-figlia, tra loro, che alle volte avrebbe sfiorato il ridicolo. Se solo Christine ne fosse stata cosciente.

Tanto Jane pensava alle cose che le accadevano e che vedeva intorno a lei, profondamente e costantemente, tanto Christine non pensava a nulla, e non si preoccupava di trovare una spiegazione o una ragione a nulla. Forse, di nuovo, era per queste enormi differenze nell’affrontare la vita che la loro amicizia funzionava così bene. Se entrambe fossero state ansiose, pessimiste e “materne” come Jane, probabilmente non sarebbero mai riuscite a far andare il loro rapporto da nessuna parte (tranne che in un manicomio); invece si bilanciavano. Tanto eccedeva una nell’essere costantemente angosciata e preoccupata per tutto, tanto l’altra affrontava ogni momento della giornata a cuor leggero e senza farsi più di tanto toccare dagli eventi quotidiani, che per Jane erano sempre una lotta contro tempo e destino: si svegliava un’ora prima del necessario, faceva la colazione per lei ed Christine, si preparava e poi svegliava l’amica. Tornava dal lavoro e faceva la cena, gestiva le bollette, l’affitto, il loro conto comune.
E non lo faceva (solo) perchè le piaceva farlo, lo faceva perchè Christine non lo avrebbe fatto, quindi non c’era molta scelta.
Tuttavia Jane era felice di avere qualcuno di cui prendersi cura: probabilmente il fatto di essere cresciuta con una madre che pur amandola più di ogni altra cosa non era mai riuscita a fare l’adulta era una delle cause del suo essere così materna e matura relativamente alla gestione della casa e della sua piccola “famiglia” (lei ed Christine).

L’autobus aveva frenato di colpo mandandola a sbattere contro un signore con il cappello con la visiera che puzzava di alcol e vestiti sporchi: che bella chiusura di serata, pensò Jane. Ma erano quasi arrivate a casa, e fortunatamente la sera dopo il lavoro era spesso troppo stanca per porsi il problema di quanto potesse essere repellente la gente, se ci si impegnava,
Lei ed Christine avevano deciso, tacitamente, di scendere alla fermata che precedeva la loro: era sempre vantaggioso evitare due o tre semafori per arrivare a casa prima.
“Abbiamo tutto o ci serve qualcosa?”
“Credo abbiamo tutto” aveva detto Christine e Jane si era resa conto, come faceva tutte le sere quando poneva la stessa domanda all’amica sulla strada di casa, che Christine non aveva la minima idea di quello che c’era nel loro frigo o credenza, come poteva aspettarsi notasse qualcosa di mancante?

martedì 13 ottobre 2009

6.


“You are the habit I can't seem to kick. You are my secrets on the front page every week. You are the car I never should have bought. You are the train I never should have caught. You are the cut that makes me hide my face. You are the party that makes me feel my age.” Pulp


Uscivano.
Erano usciti poche volte, ma tutte lei aveva avuto la sensazione che lui non vedesse l’ora di andarsene, o che lei se ne andasse.
Chiunque (lei inclusa) avrebbe convenuto che non valeva la pena stare dietro a qualcuno così; qualcuno che evidentemente, nel caso specifico, non era affatto interessato ad avere un qualunque tipo di rapporto barra relazione con lei, ma c’era qualcosa che continuava a lasciarla perplessa. Ed era il fatto che nonostante tutto, in fondo (cioè davvero giu’) non aveva la sensazione di disturbarlo, non era come battere la penna sul tavolo durante un esame, uscire con lui.
Era più come essere uno di quegli studiosi che stanno mesi e mesi nella foresta pluviale ad osservare i gorilla.
Ecco, i gorilla.
Lei si sentiva proprio come se stesse facendo abituare un gorilla alla sua presenza. A parte la dimensione, l’assenza di pelliccia (o la presenza limitata, di pelliccia), la facoltà della parola (limitata, comunque, anche quella) e la consapevolezza di possedere un pollice opponibile, con James le sembrava di avere a che fare con un gorilla. Scorbutico per giunta.
Doveva fare attenzione a non fare mai un passo di troppo, un movimento in più, un gesto fuori posto: altrimenti ogni centimetro guadagnato in ore e ore di faticoso appostamento veniva vanificato, e lei si vedeva costretta ad una vergognosa ritirata (anche se non inseguita da un feroce bestione che batte i pugni sul proprio torace peloso in segno di sfida..).
Ma lui raramente, forse mai, le aveva detto no.
E lei lo avrebbe voluto più di ogni altra cosa, a volte. Perchè sarebbe stata almeno una risposta, un modo per capirci qualcosa; pare le risposte servano a questo. Almeno.

Jane si era girata verso la televisione perennemente accesa che si rilassava sulla sua scrivania. La stazione su cui era perennemente settata era un canale di video musicali vecchi, vintage avrebbe detto qualcuno. Per Jane erano semplicemente vecchi, e per quello le piacevano. Non era mai stata al passo coi tempi.
La giornata era trascorsa tutto sommato velocemente, guardano fuori la neve sciogliersi ai bordi del brodoso canale che si strusciava dentro Camden e svolgendo quel poco di lavoro che per fortuna era appunto poco.
Il vecchio parente nè simpatico nè antipatico aveva incominciato a pesare, nonostante tutto, verso le quattro; casualmente proprio quando il gorilla-James aveva smesso di rispondere alle email di Jane che lo intimava di smettere di tirarle palle di neve e portarla a prendere una fetta di torta con un tea.
Era parte del gioco, ma Dio sa quanto avrebbe voluto che lui ce l’avesse portata davvero, a prendere quella fetta di torta.
È che poi le cose non sono mai come te le immagini. E anche se magari sono pure meglio, comunque un pò deluso rimani. È che tu le volevi come le avevi immaginate, proprio così.
Le sensazioni non sono mai controllabili e catalogabili come vorresti.
E non sai mai bene cosa dire. Sai cosa pensare, però. Ed è lì che nasce il problema: perchè lo pensi, lo sai, ma non lo puoi dire e quindi non “fa senso”, rimane là, insieme a quella sigla dei puffi che ancora ti ricordi a memoria anche se non guardi i puffi da vent’anni e il fatto che la pizza appena freddata ti faccia schifo, ma che la mattina dopo ti piaccia di più di quella calda : sono realtà che capisci, ma non gli sai dare mica un senso. E forse è proprio per quello che ci pensi su.

Jane aveva preso una caramella senza zucchero, alla fragola, dal cassetto accanto alla sua scrivania, e se l’era messa in bocca scartando il pacchetto con le labbra. Era dolce, ma quel dolce finto del senza zucchero, che lo sai che è dolce, lo senti che lo è, ma non lo è mai come lo sarebbe se lo zucchero usato fosse quello vero.
Quello che fa male.
Aveva guardato i suoi colleghi, che sembravano tutti così felicemente tristi da non meritare nessuna parola aggiunta al loro cospicuamente vuoto silenzio, e si era alzata per andare in bagno.
Mentre camminava sul bordo del cratere che l’ufficio dove lavorava aveva al centro (in realtà era un semplice piano rialzato, con un grande spazio vuoto al centro, ma a Jane era sempre sembrato uno strano vulcano geometrico. Forse anche per l’odore di bruciato che saliva costantemente dalla caffetteria) Jane pensava che fosse proprio venuto il momento di comprare un altro paio di stivali. Come quelli che indossava, possibilmente, ma marroni.
Jane aveva una specie di bizzarra ossessione per gli stivali.
Ne aveva di tutti i colori, altezze, versioni eppure non le bastavano mai. Cominciava davvero a credere di avere una qualche patologia non meglio specificata che comrendeva tra i sintomi: acquisto incondizionato di smodate quantità di calzature. Anzi no: stivali. Chissà perchè poi.
“Bagno?”
“Bagno”
Aveva risposto Christine senza staccare la faccia dallo schermo. E aveva seguito Jane nelle pieghe del serpentoso ufficio, e giungendo alla fine nel bagno accanto al settore creativo.
Il bagno era un luogo di culto per loro due: un pò perchè bevendo di continuo erano lì spessissimo, e un pò perchè le faceva sentire ancora due adolescenti che andavano a raccontarsi segreti nell’unico luogo dove i professori non le avrebbero potute cercare. Peccato che i loro capi fossero tutti donne. Ma c’era comunque la barriera della lingua che le consentiva di parlare come volevano di chi volevano, usando ovviamente soprannomi studiati ad hoc per tutti.

Un’altra cosa che perplimeva Jane, di tutta la storia di James, era che non aveva detto nulla a Christine.
Sospettava lei avesse capito, comunque. Tra amici di quel livello certe cose alla fine si intuiscono, ma Christine era discreta fino al limite dell’indifferenza (o indifferente, per cui discreta?), e non faceva domande. Così Jane si ritrovava a dover chiedere alle sue amiche storiche (amiche vere, forse, nonostante il tempo e la distanza. Che poi, contassero davvero..), lontane, consigli a riguardo. Sarebbe stato tutto più facile se lei avesse trovato il coraggio di raccontare alla sua convivente/amica che da mesi era completamente cotta di James, ma non ce la faceva. Non sapeva bene perchè, quella volta davvero non riusciva a dirlo.
Non riusciva a capire se il problema fosse il fatto che si trattava di James, oppure che così presa da qualcuno, così a lungo, non lo era mai stata e questo la faceva sentire fin troppo vulnerabile.
Certo Christine conosceva James, e tutto sommato Jane sospettava un pò piacesse anche a lei, ma non davvero, giusto quel poco che bastava a far sentire male Jane tutte le volte che il nome del ragazzo veniva fatto dall’amica.
Forse Jane aveva paura che sarebbe tutto rimasto un sogno nella sua mente, e che se lo avesse detto ad Christine lei avrebbe continuato a parlarne facendola sentire a disagio come a volte era successo con altre cose. C’entrava anche il fatto che in realtà, di materiale, tra lei e James non c’era nulla. E che quindi se sentiva sinceramente ridicola a parlarne con l’amica ingegnera per cui l’equazione era: “lingua in bocca state insieme, niente lingua in bocca pietra sopra” .
O forse c’era troppo, ed era tutto troppo reale; e Jane aveva letto troppo Salinger, che nel Giovane Holden suggeriva di non raccontare mai nulla a nessuno, altrimenti alla fine si finiva per sentire la mancanza di tutti.
Che stronzata, disse tra sè.

“..e poi gli ho toccato i capelli! Aveva della neve e io gliel’ho spazzolata via”, diceva Christine parlando di un tipo inquietante a cui da mesi andava dietro. Jane aveva annuito, riso e detto “tu sei scema” , come faceva sempre, pensando a quanto volesse bene ad Christine, ma quanto potesse essere infantile l’amica quando ci si metteva. Gli amori di Christine non erano mai per persone reali, gli amori di Jane erano con persone reali con cui però per una ragione o per un altra alla fine non poteva comunque stare.
Bel circolo.
Bella coppia.
Jane tendeva ad essere attratta da persone con un lato oscuro piuttosto evidente (tipo Charles Manson incrociato col reverendo di Settimo Cielo e il bambino malato di cuore di Holly e Benjy) persone che avevano qualcosa che lei intuiva bene, ma sapeva gli altri percepivano solo. Christine invece, ancora in pieno complesso edipico, era attratta da cinquantenni impacciati che le ricordavano suo padre.
Alle volte si chiedeva come facessero ad essere amiche, loro due, eppure lo erano. Come accadeva a Jane con pochissime altre persone. E forse era proprio così che doveva essere, in una relazione. In quel tipo di relazione unica che solo le grandi amicizie, ed i grandi amori, sanno essere: non c’è ragione per cui ci si voglia disperatamente bene, ma ad un certo punto ti accorgi che quell’assenza di ragioni, quella mancanza, è molto più forte di qualsiasi presenza.
Era la teoria degli effetti essenzialmente secondari che aveva studiato all’università, aveva pensato Jane.
In fondo l’amicizia vera, e l’amore, sono come l’arte.
Se non manca qualcosa, qualcosa di grande, non funzionano.
Ed era l’unica arte che amava quella a cui mancava qualcosa, Jane. Forse era solo perchè era sostanzialmente più facile volere bene a qualcosa che non si concedeva mai totalmente, qualcosa che rimaneva sempre un pò in ombra. Ma tutto sommato a lei piaceva cosi, o meglio: riusciva ad amare solo così.
Le persone, perchè lei potesse davvero amarle al cento per cento, dovevano essere come un prisma rotante, magari mostrarli tutti, i proprio lati e le proprie sfaccettature, ma mai tutte insieme, e mai tutte nello stesso momento, quando sarebbero state inondate dalla medesima luce.
Era un pò come studiare l’universo, allora, amare: potevi stare secoli su ogni singolo metro quadrato di superficie, ma sapevi bene che era sostanzialmente inutile sperare di ottenerne una definizione conclusiva, perchè appena ti spostavi da una sezione ad un altra, quella precedente cambiava e smetteva di essere quella su cui ti eri concentrato e che avevi imparato a conoscere così bene.
Era il motivo per cui lei amava un certo tipo di arte, e forse sarebbe stato anche il motivo per cui un giorno sarebbe impazzita, pensava.
In lei si incontravano la voglia di scoprire tutto, di tutto sapere, e l’attrazione per cose e persone che non potevano mai essere del tutto afferrate, conociute...sapute.
James era cosi; ed anche Christine. Ed anche Klee, il pittore che Jane amava tanto, Lynch con i suoi film e la filosofia: nessuno era un pavimento stabile, una lavagna nera su cui fare meri conti. Tutti erano mutevoli nella loro stessa mutevolezza, e inafferrabili in quanto tali.
Christine, da questo punto di vista, era ancora quella che a questa caratteristica rispondeva meno, ma tutto sommato al fondo del loro rapporto rimaneva la domanda defondamentalizzante del “come facciamo ad essere amiche?”, che le manteneva unite. Anche se forse non era una di quelle cose di cui puoi dire: per sempre.
Jane era uscita dal bagno con la strana sensazione di essere andata lì per dire qualcosa a Christine e di essersene dimenticata. Le succedeva spesso, ultimamente, e tutto sommato sospettava c’entrasse il fatto che un pò colpa si sentiva a non raccontare alla sua migliore amica nulla della sua occupazione mentale preferita (pensare a James). Ma il fatto era che Christine non era proprio la persona più sensibile del mondo, anzi. Tendeva a vedere le cose in maniera piuttosto fredda e schematica, forse per questo finiva per piangere tanto davanti ai film, pensava Jane, che non aveva mai versato una sola lacrima davanti lo schermo, e che piangeva di rado anche nella vita.
In realtà, molto probabilmente, Jane era semplicemente riservata.
Christine anche, lo era. Ma in maniera del tutto diversa da Jane.
Christine comunicava a tutto il mondo i suoi amori: Jane più di una volta era rimasta colpita dal sentire l’amica parlare del tipo del momento (Christine tendeva a cambiare un oggetto del desiderio a scadenza quadrimestrale) con perfetti estranei. Per il resto Christine non raccontava mai nulla di suo.
Jane era il contrario: Christine sapeva tutto di lei, meno quello che riguardava la sfera sentimentale; la riteneva una cosa che la riguardava troppo da vicino, per raccontarla in giro. E forse l’attitudine dell’amica a vedere le cose così diversamente relativamente a quel campo, le aveva fin’ora impedito di raccontarle di James. Preferiva parlarne con persone di cui quel “per sempre” sapeva di poterlo dire; quella, il fatto che ci siano, è felicità. Felicità di averlo, qualcuno così nella tua vita: quando vedersisentirsidirsi sempre non conta, perchè quando ti vedisentidici lo fai davvero.

Mentre attraversava di nuovo il bordo del cratere per tornare alla sua scrivania (l’unica totalmente ricoperta di oggetti), Jane aveva guardato fuori e si era resa conto che la neve era ormai un ricordo lontano, e già le era mancava un pò quella sensazione stupenda di avere una giustificazione per guardare fuori, con in mano la famosa tazza di cioccolata vaporosa, senza che nessuno possa dirti di tornare al lavoro, perchè la neve, quando cade, incanta proprio tutti.
Scusa bianca, fredda e perfetta.
Si era seduta pesantemente, facendo tremare la sedia viola che sembrava ET del film di Spilberg accovacciato, pensava sempre Jane.
E di nuovo non sapeva che cosa sarebbe successo.

La sua tazza nera era vuota, ma non aveva intenzione di riempirla di nuovo: mancava troppo poco all’ora di uscita e non volva trovarsi a dover far pipì nel bel mezzo di un gremito autobus fermo in coda ad Holloway road. Si era alzata ed era andata alla cucinetta più vicina a lavare la tazza e il coltello con cui sbucciava la frutta (cosa per la quale veniva continuamente derisa dai suoi colleghi inglesi). Era sempre sorpresa di quanto sporca potesse arrivare ad essere quella tazza tutte le volte che la lavava (non sporca quanto la frutta, di certo).
Ci beveva almeno cinque volte al giorno: caffè, tea, tea verde, tisane...e ogni volta la sciacquava, anche se sommariamente; per questo trovava davvero difficile immaginare come potessero formarsi quelle macchie marroni sul fondo.
Fondo che peraltro, essendo nero, le nascondeva perfettamente, e Jane se ne rendeva conto solo perchè, a differenza di tutti gli altri suoi colleghi, trovava piuttosto anti-igienico usare la spugnetta comune, abbandonata al fondo del lavandino per mesi, per lavare le sue cose, e quindi ricorreva alla carta da cucina: impietosa rivelatrice di ogni sfumatura che si discostasse dal suo trapuntato candore.
“Dovresti lavarla di più”, aveva detto la sua capa col caschetto e i capelli sempre a posto, strizzando un sorriso tra gli occhi porcini e il mento inesistente (quello esistente era il suo gemello cattivo, il doppio, che sedeva un pò più sotto). “Lo so, è che non noto mai che è sporca”, aveva risposto Jane abbozzando anche lei un sorriso.
Non si era ancora scordata di come l’aveva guardata la sua capa il giorno in cui James era venuto a registrare qualcosa per l’emittente televisiva per cui lavoravano. Jane e James erano in piedi dietro di lei, a chiacchierare come sempre facevano quando si incontravano, di nulla in particolare. Michelle continuava a girarsi guardandoli di sottecchi, quasi pensasse: ma cosa cavolo fa Jane? Perchè non lavora? E chi è questo tipo? (questo tipo non alto, non bello, non muscoloso, non biondo, non famoso,non noto, non socievole, non vestito firmato, non indossante scarpe da ginnastica molto trendy. Chi è questo NON, insomma.)
Michelle era, volendo darne una defnizione parecchio banale, una vera regina del gossip. Ma di quelle vere, quelle tipo “Clueless”; una di quelle brave, brave di Clueless per giunta.
Jane spesso avrebbe voluto avere quel talento, ma nella maggior parte dei casi finiva solo per sapere cose di cui non le importava nulla: come il nome del responsabile della sicurezza che aveva spento l’allarme anti incendio il giorno in cui c’era davvero stato un incendio, oppure i propositi di licenziamento dell’assitente di un team vicino perchè arrivava sempre tardi in ufficio.
Ma Michelle sapeva tutto di tutti. Incredibile.
Quel giorno che Jams era venuto nel loro ufficio, però, era stata Jane a dover raccontare quello che stava succedendo; e lo aveva fatto più come gesto di scaramazia nei confronti del provino di James che altro.
Il provino.
Quando lei e James si erano conosciuti lei gli aveva detto di lavorare per la compagnia per cui lavorava, e lui era rimasto sorpreso come fanno tutti. Da quel momento lei aveva capito cosa vogliono dire i vip quando parlano dell’impossibilità di avere relazioni con persone non altrettanto famose: passeresti tutto il tempo a chiederti “se non fossi famoso questa persona uscirebbe ugualmente con me?”.
Ovviamente Jane non era famosa. E James non usciva con lei.
Ma il discorso non cambiava molto. Si trattava sempre di avere il dubbio che una persona ti frequentasse non per quello che eri, ma per quello che facevi. E non era un bel dubbio, da avere. Jane non ci aveva pensato, all’inizio. Poi un giorno le era venuto in mente che forse lui era così carino, gentile e presente nella sua vita perchè pensava lei potesse aiutarlo in qualche modo: così aveva messo in chiaro che non poteva (anche se in realtà cercava di farlo costantemente) ma loro avevano continuato a sentirsi lo stesso.
Jane lo aveva interpretato come un buon segno.

Era quasi ora di andare a casa, per Jane, e James non le aveva ancora risposto alla sua ultima email. Jane si rendeva conto che prima o poi uno dei due doveva smettere di rispondere, altrimenti sarebbero andati avanti così ad oltranza. Ma ancora non si era abituata al suo sparire così dopo averla tempestata di email per ore. E a Jane non piaceva molto, doveva ammettere. La faceva sentire come quelle prostitute che vengono tormentate dai marinai nei porti finchè sono in licenza, e che poi spariscono senza lasciare traccia appena hanno ottenuto la totale devozione delle donne e la loro nave è pronta a salpare.
E avrebbe voluto avere il coraggio, la pazienza e la forza di fare qualcosa per smettere di sentirsi così.
Ma come si fa?
Come si fa a dire addio a qualcuno cui non hai mai neanche, in fondo, detto ciao. Come puoi chiudere con qualcuno con cui non hai davvero aperto. Come si fa a mettere fine a qualcosa che non ha avuto inizio, vomitare qualcosa che non si è mangiato, smettere di fare qualcosa che non si è mai fatto? Come puoi, essendo astemio, smettere di bere, non avendo mai toccato cibo smettere di mangiare; e come fai a dire a qualcuno nella cui vita sei pleonastico che lui nella tua è come il fondo in una bottiglia, come il cotone in una maglietta 100% cotone, come l’ossigeno nell’atmosfera, come...il freddo per la neve? E che se venisse a mancare ti scioglieresti come un ghiacciolo dimenticato fuori dal freezer, lasciando solo una traccia umida, alla fine, a dire di te. Forse.
Come puoi dire addio a una cosa non è mai stata tua? Come si fa a rimpiangerla? Come fa a mancarti più di quanto non ti manchi già, visto che non ce l’hai?
Nulla può mancarti, si dice, se non l’hai mai avuto.
Come quei bambini a cui non è stato mai fatto assaggiare lo zucchero e che non sanno neanche che gusto abbia un gelato non soffriranno quando i genitori si rifiuteranno di comprargliene, lei non avrebbe dovuto faticare a dire addio a James.
James non era suo. Non lo era mai stato.
Non voleva esserlo.
Lei lo sapeva, in fondo.
Altrimenti qualcosa sarebbe successo, in tutti quei mesi di rincorse da parte sua. Si sentiva sporca, ridicola stupida, in quel momento.
Le cose le possiamo capire in due modi: o perchè succede qualcosa di eclatante che ce le sbatte davanti agli occhi come in quei film in cui c’è vento e un foglio di giornale va a finire in faccia al protagonista che passeggia; e su quel foglio c’è la notizia che cambierà tutta la sua vita; oppure le possiamo capire per banalità e accumolo di banalità.
Jane capiva che tra lei e James non ci sarebbe mai stato nulla, che a lui non importava nulla di lei, che avrebbe di gran lunga fatto meglio a metterci una pietra sopra, che tutto sommato lei era un gioco, a volte, e un ditrurbo, a volte, per lui: come i carillon, che a volte ci piacciono e ci fanno compagnia e a volte scaraventeremmo fuori dalla finestra, tanto ci danno ai nervi.
Jane lo sapeva, e continuava a rendersene conto di continuo senza mai però prendere la decisione definitiva che l’avrebbe salvata dal destino verso cui stava trotterellando allegramente intorno da mesi: rimanere, di nuovo, col cuore in mille pezzi come rimaneva sempre, ogni sabato sera, dopo essere andata a trovare James.