“And I bet that this is how life, turns out when you're finally grown”
Oasis, Just getting older
Camminavano verso il loro flat ascoltando il walkman, e Jane pensava a quanto fosse felice di vivere lì: avevano vissuto per un anno in una specie di residence/ostello in quartiere “alto” di Londra, Hampstead, dove venivano trattate come bambine nonstante fossero tra le più vecchie a risiederci, dove non avevano la cucina ma il catering e dovevano dividere i bagno con degli sconosciuti.
Alla viglilia del loro primo anno a Londra Jane aveva guardato Christine e le aveva detto: senti, andiamo per i venticinque anni, lavoriamo entrambe, siamo capaci di gestire le nostre cose...ma che ci facciamo qui?
E così avevano trovato il loro appartamento.
Il loro piccolo flat a Finsbury Park, zona che Jane amava definire Etnica (cosa che in effetti era. Ma era soprattutto orientale…) e di cui amava soprattutto come faceva sentire il suo olfatto e la sua vista: appagati e incuriositi.
C’era odore di spezie, verdura, frutta e i colori erano quelli del mondo, come un quadro di Pollack che da l’idea dell’universo molto più di un planetario. O come un film di Lynch che non ci si capisce quasi nulla, ma ti piace guardarlo.
La strada dove vivevano era così: confusa, piena di gente, rumorosa con decine di alimentari con grossi stand di verdura fuori dalla porta e che vendevano anche televisori, poi, dentro. E a Jane piaceva; molto più della semplicemente incantevole Hampstead, che faceva sembrava sempre tutto così facile, nella vita, e uguale nel vivere, ma che non ti dava mai veramente nulla se non la sensazione di essere un povero tra i ricchi, e neanche ricchi del tipo che vorresti essere. Non ricchi che spendono soldi in viaggi, libri o esperienze nuove; ricchi che cambiano la BMW una volta al mese e escono da Londra solo per andare in vacanza in posti con nomi che fanno pensare ai circuiti di formula 1.
Jane ricordava perfettamente il suo terrore quando avevano deciso di affittare quell’appartamento, terrore in quel caso sia suo che di Christine. Non era tanto il fatto di andare a vivere in un quartiere nuovo, di doversi assumere tutti gli oneri che l’affittare una cosa da sole comportava. Non era neanche il fatto di andare a vivere lì, in quel quartiere, che a prima vista non sembrava certo il posto più sicuro del mondo.
Era il fatto che per la prima volta, stavano affittando un posto da un’agenzia, con un contratto annuale, cui cui c’erano solo i loro nomi, i loro dati di conto corrente. E non c’era nessun papà, nessuna mamma, nessun amico, a rassicurarle che tutto sarebbe andato bene: se tutto fosse in effetti andato bene, sarebbe stato solo merito loro. Ovviamente anche se qualcosa fosse andato storto non ci sarebbe stato nessun’altro a cui dare la colpa.
Non che Jane non fosse una persona autonoma: lo era anche troppo. Aveva iniziato a viaggiare da sola da quando era poco più che una bambina, aveva deciso di trasferirsi a Londra e l’aveva fatto, trovando un lavoro per cui praticamente tutti i giovani del mondo avrebbero dato l’anima, e poteva dire, a differenza di tutti quelli con cui era cresciuta, di star mantenendosi da sola. Era autonoma nel vero senso della parola, Jane.
Eppure, in quella situazione, si era resa conto di non esserlo affatto, almeno emotivamente.
Forse c’entrava la storia dei Koreani.
Quando avevano deciso di andarsene dal residence di Hampstead avevano messo un piede nella porta sbagliata.
In senso letterale.
Christine e Jane avevano discusso sull’andarsene o meno dal residence per mesi, giungendo sempre alla conclusione che era meglio rimanere, per questioni economiche essenzialmente.
Ma tornate dalle vacanze di Natale avevano capito di essere troppo vecchie (troppo adulte? No. Vecchie.) per poter sopportare di avere orari per i pasti, bagni in comune con diciottenni che si vestivano come Maraja Carrey nel video di “All I want for Christmas is you” e pubescenti giocatori di Cricket sempre con una pizza incartonata in mano.
Così avevano iniziato a cercare una stanza.
Non avevano vissuto mai in nessun altro luogo che non fosse quel residence a Londra e non avevano idea di come funzionassero le cose, ed erano spaventate dal trasferirsi in una zona che non conoscevano, magari nei sobborghi, abituate come erano al quartiere delle celebrità per eccellenza. Erano anche oggettivamente convinte di non potersi permettere molto di più di una stanza in un flat condiviso con altri
Avevano visto un pò di camere e alla fine ne avevano trovata una vicina a dove vivevano già, accanto alla vecchia casa di un cantante di una band molto famosa, che avevano conosciuto e frequentato l’anno precedente.
Quella caratteristica, insieme al fatto di essere una casa stupenda, le aveva accecate e convinte ad accettare di dividere un solo bagno con un professore bosniaco quarantenne e due ragazze coreane che non parlavano una parola di inglese: a raccontarlo, sorrideva Jane, sarebbe sembrata una storia da romanzo “urbano”…
La casa era economica e carina, ma i problemi non avevano tardato a venire fuori: una mattina si erano svegliate e si erano trovate il professore bosniaco in pigiama, in bagno, che puntava il grosso dito dinoccolato verso il WC dicendo “non si può buttare la carta nella tazza, siamo troppi e si intasa. Mettetela nel cestino”.
Ovviamente quella era stata la goccia che aveva fatto trabbocare il vaso: Jane ed Christine avevano chiamato l’agenzia da cui il flat era affittato per scoprire che i due ragazzi coreani con cui loro due avevano effettivamente concluso il contratto erano subaffittatori illegali e avevano detto ai legittimi propietari di vivere nell’appartamento.
Tutto si era poi risolto per il meglio, almeno monetariamente parlando: Jane aveva insistito per andare all’agenzia a scusarsi per aver illegalmente occupato la loro proprietà con un’infantile Christine, che voleva solo andare a casa a riprendere il suo portatile preoccupata che i ragazzi coreani potessero fargli qualcosa per vendicarsi di aver chiamato i propietari.
Fortunatamente il padrone dell’agenzia aveva anche lui una figlia, e apprezzando il gesto di scuse che le due ragazze avevano fatto, aveva chiamato i coreani minacciandoli di chiamare l’immigrazione se non avessero restituito ad Christine e Jane tutti i loro soldi.
Ovviamente avevano dovuto lasciare la casa il giorno stesso, tornando nel residence per qualche giorno e sapendo di essere costrette, visto che avevano dato due settimane di preavviso per lasciare la loro stanza, a trovare una nuova sistemazione in poco più di quattro giorni.
Jane ricordava quanto James era stato importante, anche se materialmente inutile, in quei due giorni di follia in cui lei non sapeva se avrebbe più rivisto i suoi soldi, se avrebbe avuto un tetto sulla testa o avrebbe dovuto finire per andare a dormire nella stanza di emergenza del suo ufficio.
Lo chiamava sempre e ci parlava, disperata. E lui era carino, dolce, gentile.
Ma non le aveva mai offerto di andare a stare da lui. O di aiutarla a fare qualcosa.
Tutto si era risolto per il meglio, in fondo.
Ma questa esperienza negativa, insieme al timore di non trovare un posto dove andare, il comportamento indecente dei managers del residence dove avevano vissuto per più di un anno, che avevano deciso di mandarle via senza neanche un giorno di proroga rispetto al giorno di partenza da loro indicato, la paura di trovare una casa non adatta alle loro esigenze per questione di tempi avevano caricato la loro ricerca di molti più pesi di quanti ne avrebbe avuto comunque.
Per cui quel giorno piovigginoso in cui avevano visto quello che poi sarebbe diventato il loro Flat, erano entrambe spaventate come due rondini che cadono dal nido per la prima volta e pensano “Oh, cacchio, ed ora?”.
Alla fine si erano convinte di essere sufficientemente grandi per iniziare ad assumersi responsabilità da adulte e avevano firmato il contratto.
Era stato emozionalmente ed estenuante e Jane proprio in quei giorni aveva visto James come avrebbe sempre voluto vedere James: lui, lei, tea in un piccolo caffè di Covent Garden.
Era nervosa, stanca e non riusciva a credere di essere lì con lui.
Avevano parlato come sempre di faccende che non li toccavano (come l’effetto serra, la società che andava a rotoli e l’educazione dei bambini), e anche marginalmente di loro (crescere, riuscire a vivere nel mondo che corre sempre di più), senza fornire dettagli. E quando lui, dopo ore, la stava portando alla fermata dell’autobus, Jane aveva chiesto “hai messo al tuo gatto il collare col campanello che ti ho portato a Natale?”
“Non ancora”, aveva detto James; “e poi non è proprio il mio gatto”, aveva aggiunto.
Jane aveva chiesto ridendo di chi fosse, e lui aveva divagato, facendole scendere un brivido giu’ per la schiena.
Capita certe volte di sentirsi davvero male per qualcosa di stupido.
Come quando passi anni a guardare i film per cui tutti piangono senza mai versare una lacrima e poi vai a un pre-screening di Charlottès Web e piangi come una bambina a cui hanno tolto il sonaglio dalle mani davanti al ragno che muore o ti sciogli come il ghiaccio che avvolge il pesce surgelato quando lo metti sotto l’acqua bollente.
Ed era porprio quello che era successo a Jane quella sera.
James la guardava negli occhi, e le scritte di Piccadilly Circus li illuminavano entrambi di rosso e blu. Non c’era, potenzialmente, nulla di più romantico (a parte l’alba a London Bridge guardando verso Tower Bridge, forse) e lei continuava a insistere con la storia del gatto.
Era spaventata, spaventata che lui non avrebbe mai fatto quello che lei da mesi voleva facesse. Ed era terrorizzata, addirittura, che invece l’avrebbe fatto. E lei avrebbe di nuovo perso la testa e si sarebbe ritrovata di colpo col cuore spezzato, senza una ragione.
Così aveva insistito col gatto, perplimento lui quella volta, piuttosto profondamente. La storia del gatto era diventata la storia dei segreti tra loro e quando Jane era tornata a casa, e non facendocela più aveva raccontato ad Christine (sul cui modo di pensare e vedere le cose maschile, più che femminile spesso scherzavano) quello che era successo (omettendo i particolari dell’ansia/paura di quello che stava o non stava per succedere) l’amica le aveva fatto capire quanto stupida fosse stata a comportarsi così.
Christine era stata davvero utile, in quell’occasione.
Jane era tornata e aveva mangiato voracemente il cibo che Christine le aveva tenuto da parte (erano ancora nell’ostello per un paio di giorni) e poi era voluta uscire a prendere un film e fumare una sigaretta.
Christine non aveva detto nulla, abituata a vedere l’amica spesso di cattivo umore.
Ma alla fine Jane non ce l’aveva fatta e aveva detto: “ Scusa se sono scazzata, è che ho litigato con James”.
“Per cosa?”
“Non mi ha voluto dire di chi fosse il suo gatto”
“Eh?”
“Non ha voluto dirmelo. Ha buttato lì il fatto che il gatto non fosse suo e poi non ha voluto spiegarmi”
“Jane, ti prendeva in giro, lo sai. Poveraccio! Si è proprio cacciato in una bella situazione!” . aveva detto Christine ridendo.
“Ma che bella situazione! Non puoi fare così! Non puoi dire, il gatto non è mio e lasciarla morire lì. Io devo sapere!”
“Ma cosa devi sapere, saranno anche affari suoi se non vuole dirtelo. E poi ti prendeva in giro fidati. Sei proprio scema è.”
Jane aveva realizzato che si, era stata proprio scema.
O almeno, sperava, di esserlo stata.
E invece.
Erano arrivate al loro flat con la porta bordeaux stanche ma felici di avere un divano su cui gettarsi (Christine) e una cucina in cui darsi da fare (Jane).
“Allora, spiedini?”, aveva detto Jane mentre salivano le scale, “Forte, si. Poi guardiamo Friends?” aveva detto Christine.
“Ne ho scaricate due puntate, per ora, chissà se ha finito con la terza”.
Arrivate a casa Jane si era messa al lavoro in cucina ed Christine si era chiusa in camera a trafficare col suo Pc, come sempre.
Le piaceva quel momento di solitudine. Piaceva sia a Jane che ad Christine, ognuna a fare quello che preferiva per rilassarsi.
La loro qualità della vita era drasticamente migliorata da quando si erano trasferite, e anche se il loro flat era piccolo (Jane preferiva dire confortevole) e richiedeva ancora degli aggiustamenti (curabili con una visitina all’ikea), ci si sentiva a suo agio.
Era strano quanto lei fosse mautra e adulta quando si trattava di gestire una casa, trovare un lavoro, fare un viaggio e quanto potesse essere insicura e incapace di muoversi nei rapporti umani con le persone.
Aveva davvero amato un ragazzo solo nella sua vita. Anche se da bambina.
E lui le aveva spezzato il cuore, o forse lei se lo era spezzato da sola.
Se c’è un punteruolo appeso sol muro, e ci si va a sbattere volontariamente contro, è il punteruolo ad ucciderci, o siamo noi stessi?
Lei l’aveva visto, aveva capito cosa volesse dire Damian Rice quando cantava “I rememember it well/the first time that I saw/your head round the door/coz mine stopped working”.
La sua testa aveva proprio smesso di funzionare. E tutto sommato tutto aveva avuto un senso all’inizio, ma lei e lui volevano cose troppo diverse, ed erano persone troppo diverse, per funzionare.
O semplicemente, con gli anni Jane aveva capito, lei a lui non piaceva abbastanza.
E questa cosa l’aveva distrutta. Dentro.
Può sembrare assurdo, buffo, che un ragazzo con cui stai così poco, e così giovane, ti cambi totalmente la prospettiva sulla vita.
Quel tipo senza neanche accorgersene aveva parcheggiato sul suo cuore un tir enorme. Uno di quelli che qualcuno mette lì e poi non sposta mai, e tutta la gente (o forse capitava solo Jane) passa, lo vede parcheggiato lì tutti i giorni e si chiede cosa sia successo.
Se a un certo punto la persona che ce l’ha messo è morta, o cosa, e perchè ha deciso di lasciarlo proprio lì e non andare a riprenderlo.
Lui aveva fatto così.
E quel pezzo di strada, che era la speranza che ogni persona ha in sè che un giorno troverà qualcuno che ama e da cui essere riamato, in Jane era per sempre stata coperta da un tir arrugginito, con il retro coperto da un telo mattone.
Quel ragazzo l’aveva cambiata, o lei era cambiata dopo di lui: queste cose non sono mai chiare. E tutti quelli che erano venuti dopo erano stati errori. Anche l’unica altra persona che era davvero riuscita a toccarla, cioè a ferirla nuovamente, non era stato che un errore, per Jane.
Non aveva mai avuto il regalo, o il privilegio, di stare con una persona che amava davvero, tutti quelli che volevano stare con lei non le interessavano, erano sempre sostituti di qualcosa che non c’era mai stato, e non c’era ancora, e forse, ormai lei credeva, non ci sarebbe mai stato.
Era nata rassegnata la sua capacità di amare, spesso pensava. E davvero, non era quasi più un problema per lei.
Certo, alle volte avrebbe voluto sapere com’era, stare con qualcuno che amava e da cui era riamata, qualcuno che non si vede l’ora di vedere ogni volta che c’è l’occasione, qualcuno che ogni volta che ci mette lo sguardo addosso è come ci gettasse un secchio di acqua bollente sul viso, qualcuno che nonostante tutte le cose non vanno, va bene per noi.
Come la tenda.
L’estate dell’anno prima Jane aveva comprato questo vestito da top-shop, il negozio per eccellenza di Londra. Era orrendo, a ben guardarlo (il vestito); ricordava una tenda in un teatro d’epoca (pacchiano, come teatro. Quelli con gli angioletti di bronzo nel bagno, per capirci)
Jane ricordava esattamente com’era iniziata, la storia d’amore tra lei e quel vestito.
Era entrata da Top-shop con Christine cercando un vestito per un concerto ad Hyde Park (era agosto); qualcosa di leggero e estivo, semplice, di base.
Aveva visto questo strano drappo variegato più di una coppa di gelato alla vaniglia e amarena e ci aveva fatto un paio di battute sopra: ah, che brutto, ah, chi lo compra.
Aveva fatto come gli squali attorno a una preda troppo grande: si era avvicinata piano piano facendo finta di non essere interessata.
Alla fine l’aveva provato.
Ed era così brutto, ed era così inappropriato alla Situazione (alla situazione pianeta terra: a qualsiasi situazione cioè) ma le pareva le stesse così bene e la faceva sentire così a suo agio, che in fondo non importava sul serio.
Era il suo vestito preferito, l’unico che la faceva sentire davvero bene.
Ed era terrorizzata dal fatto che quel vestito le ricordasse proprio James, pensava mentre infilava le zucchine, alternandole con i peperoni e i pezzi di carne, sui lunghi bastoncini di legno.
Londra; la tenda; James. La sua triade pazza e storta.
Tre cose che non andavano, per cui non c’era una ragione sola per amarle, ma che lei invece amava più di qualsiasi altra.
Ma comprare un vestito era facile.
Trasferirsi in una città dura e grigia come Londra, si poteva fare.
Il vestito lo puoi buttare, lo puoi restituire, puoi chiuderlo nell’armadio. La città la puoi lasciare, la puoi odiare, la puoi evitare, anche vivendoci, in fondo.
Sono cose, sono luoghi, non è così difficile dominarli.
Anche se non sono amori o odi razionali, puoi controllarli, e curarli.
Ma come fare per curare e far sparire la sensazione che ti da una persona sulla pelle?
Come riuscire a lavare via la consapevolezza che per quante camicie con le casette cinesi indosserà, per quante risposte non ti darà, per quanto ti farà stare male e ricorrere ogni notte al famoso barattolo di gelato al cioccolato, per quanto ti metterà a disagio, per quanto ti farà chiedere che cosa non va in te, per quanto ti costringerà a renderti conto che non fa per te, a te andrà bene lo stesso, anzi, proprio per tutte quelle cose che non vanno?
“È quasi pronto!” avava urlato Jane. “Vieni ad apparecchiare?”
“Arrivo” aveva urlato Christine mentre Jane già cominciava a disporre i piatti sul tavolo.
“Che belli!” aveva detto Christine vedendo i lunghi spiedini profumati arrivare in tavola, “aspetta che prendo l’acqua”.
Le due amiche si erano messe a mangiare davanti all’immagine tremolante e poureige della TV, fastidiosa, ma ancora non avevano installato il satellite e si accontentavano di avere qualcosa da fissare mentre le loro bocche erano occupate a masticare.
“Domani c’è la serata dedicata a Morrissey vicino al barbican”, aveva detto Christine.
Jane aveva smesso di mangiare e aveva detto “No, dai domani dobbiamo andare da James, gliel’ho promesso”
“Non è che se una sera non andiamo succede qualcosa eh”.
Tipico di Christine, o forse aveva ragione in fondo.
Non avendo detto nulla a Christine di come stavano le cose con James, e possedendo Christine l’intuito di una sarda fritta, Jane si aspettava lei capisse da dove veniva la sua necessità, più che voglia, di andare nel locale di James tutti i sabati.
Invece magari non era tanto ovvio, da fuori. E Jane faceva di tutto per far, in effetti, pensare il contrario.
Ma non conosceva nessuno che sarebbe venuto con lei a quella serata, a parte Christine, ed ancora non era mai andata da sola, spaventata dal non sapere bene che fare visto che James e tutti gli altri che lei conoseva erano super impegnati per tutta la serata.
Quando Christine proponeva di non andare, Jane si sentiva come quando i professori minacciavano di non portare la classe in gita: privata di qualcosa di importante e che spetta di diritto.
Capiva che l’amica non aveva gli stessi interessi che aveva lei nei confronti del locale e delle persone che ci lavoravano, però le avrebbe fatto piacere che per una volta Christine capisse. Quando pensava questo finiva sempre per sentirsi egoista, in realtà: sapeva bene che se avesse detto all’amica la verità lei non avrebbe fatto fatica ad accompagnarla sempre, ma sospettava che qualcosa sarebbe cambiato nel modo in cui vedeva l’andare tutte le settimane nello stesso posto e probabilmente le avrebbe suggerito di andare da sola, una volta.
Cosa che Jane si rendeva conto di dover fare, forse.
Ma aveva troppa paura che finisse come sempre: con lei e James che si salutano freddamente alle quattro e mezza del mattino senza dirsi nulla di diverso dall’ultima volta, quindi senza dirsi nulla.
“Ti piacciono?”
“Si buoni”, aveva bonfocchiato Christine tra una masticata e l’altra, “e grazie per aver coperto la verdura con il formaggio..”
“Figurati so che è l’unico modo per fartela mangiare. Che guardiamo stasera? Friends? Lost? Affittiamo un film?”
“Bo non so per me è uguale”
Per Christine era sempre quasi tutto uguale, e certe volte Jane non lo sopportava. Non capiva se fosse davvero uguale, per lei, o se lo dicesse perchè aveva paura che quello che le andava fosse diverso da quello che magari andava a Jane. Poi aveva capito che era davvero uguale, per lei.
Christine le ripeteva costantemente di smettere di farsi tutti quei problemi e capire che per lei, in effetti, certe cose cose contavano meno di quanto credesse. Ma Jane non ci riusciva, a capirlo, era troppo distante dal suo modo di vedere il mondo e affrontare le cose: per lei raramente due cose erano uguali, lei vedeva la differenza, più che la somiglianza. O meglio, viveva la somiglianza differentemente.
“Allora vediamo Lost, non si sa mai”
“Che vuol dire non si sa mai scusa? Non volevi aspettare di avere più puntate e vederlo mentre mangiavamo la pizza?”
“Non si sa mai, potremmo morire domani e...”
“E non vorresti morire senza aver visto l’ultima puntata di Lost, chiaro. Perfetto, vediamo Lost”
“Ah-ah-ah molto spiritoso. Comunque si”
Tra lei ed Christine funzionava per quello.
Per Christine era forse davvero uguale, guardare Friends o Lost, per Jane no. Ma mentre Jane per qualcuno a cui voleva bene, avrebbe visto qualsiasi cosa, era disposta a fare un sacrificio, che poi non lo era in realtà. Ma per lei non era affatto uguale.
E funzionava perchè Christine per quieto vivere la lasciava decidere.
Funzionava perchè Jane aveva bisogno di essere quella che trascinava, che trasportava, che si assumeva le responsabilità; e funzionava, perchè ad Christine e Jane andava benissimo così.
Avevano visto l’ultima puntata di Lost trasmessa negli Stati Uniti (scaricata in maniera totalmente e assolutamente illegale) mentre mangiavano gelato alla vaniglia e alla fine dell’episodio Christine aveva già gli occhi di chi, potendo, starebbe già dormendo da ore.
“Io vado a domire”, aveva detto, come ce ne fosse stato bisogno, e Jane aveva aggiunto “anche io”mentre metteva su il kettle per riempire la borsa dell’acqua calda.
Borsa che Jane aveva avvolto in un tanto costoso quando orrendo vestito glitterato, blu, che sua Zia le aveva regalato a Natale. Lei l’aveva chiamata Giorgio (la borsa vestita).
Mentre si infilava sotto lo spumoso piumino rosso e viola, Jane pensava di nuovo a James; anzi, alla sua camicia.
Il piumino era in effetti rosso e bianco, in origine, con coniglietti paffuti che mostravano il loro lato posteriore. Ma che dopo una sventurata convergenza di
temperatura di lavaggio errata e scelta del mix di indumenti da lavare pessima, aveva optato per una divergenza verso il violaceo. Lui come altre molte cose che avevano fatto il giro della morte nella lavatrice di Jane la prima notte che aveva passato nella nuova casa. In realtà, dopo lo shock iniziale, aveva realizzato che alcune cose le piacevano molto più cosi.
Era a quadretti piccoli.
Bianchi e blu.
E sopra aveva un maglione (a V) blu. Di Cashmer. “Come accarezzare un gatto”, aveva detto la voce nella testa di Jane quando l’aveva toccato, l’ultima volta che si erano visti. Morbido in atto e caldo in potenza.
E il colletto della camicia era aperto esattamente nella giusta maniera.
E lui era vestito benissimo dalla vita in su, e con un paio di pantaloni buffi e scarpe sbagliate dalla vita in giu’. Senza contare il pesantissimo cappotto di montone che si ostinava ad indossare sopra a tutto.
Jane aveva sorriso e aveva stretto Giorgio (che bruciava, nel vero senso della parola) al suo pigiama nero con le stelle viola, oggetto molto sexy e maturo, si rendeva conto.
James le andava proprio bene cosi: le piaceva in tutte le sue sfumature e sfaccettature. Le piaceva, in realta, talmente tanto da non riuscire a dirglielo, si era resa conto. Tanto da rimanere quasi pietrificata. Non tanto da lui, ma da quanto la stupisse il fatto che le piacesse così tanto.
Cosa aveva di speciale?
Chi credeva di essere per poter non rispondere ai messaggi, scomparire per giorni senza lasciare tracce, trattarla come se fosse trasparente, non ringraziarla per i suoi (stupidi, si, lo sapeva) regali fatti solo per dire che stava pensando a lui?
E lei, soprattutto, che razza di persona era a permettergli di fare tutto questo? Perchè non riusciva mai a provare rancore nei suoi confronti? Voleva solo sapere cosa aveva, di tanto speciale James, da riuscire a farla franca sempre.
Si chiedeva tutto questo mentre la sua fronte cominciava a diventare pesante.