domenica 1 novembre 2009

13.

“Why do you think I let you get away, with the things you say to me, could it be, I like you..” Morrissey


Jane si era svegliata con la strana sensazione di essere a Natale.
No, non era Natale.
Era un giovedi di Marzo senza pioggia. E niente sole.
Ma suo padre sarebbe arrivato quel pomeriggio, per cui Jane capiva il perchè della sua sensazione: da quando si era trasferita a Londra ogni volta che tornava a casa o che i suoi la venivano a trovare era un pò come Natale, tanto cibo, tanti regali e tanti litigi, anche.
Perchè era troppo magra, perchè non dormiva abbastanza , perchè viveva così lontano. Ormai c’era quasi abituata, in realtà, e se ancora aveva problemi ad accettarlo quando si trattava di sua madre per ovvie ragioni di conflitto ordinario tra madre e figlia, tutto sommato con il padre le cose andavano molto meglio da quando non viveva più a casa.
Si era alzata e aveva messo su il kettle per fare il caffè e aveva presto iniziato a sentire l’acqua ribollire nella pancia del bianco bollitore come lava in un vulcano: il kettle era un oggetto che Jane adorava e si chieva come avesse fatto per tutti gli anni che aveva trascorso in Italia a fare senza.
Aveva bevuto il caffè assaporandone la solitudine sulla lingua: per lei la mattina non c’era nulla di meglio che bere caffè, così amaro e deciso, ma avvolgente e caldo.
Suo padre sarebbe arrivato quel giorno nella sua pausa pranzo e Jane aveva passato un bel pò di tempo, in ufficio, a stampare per lui indicazioni di mostre e reviews di ristoranti, pur sapendo che il padre li avrebbe dimenticati a casa di sicuro il mattino dopo.
Si era vestita ed era andata al lavoro non avendone voglia, ascoltando musica triste nel lettore Mp3 (Slash, per gli amici) e pensando alle vacanze, a James e al ritorante giapponese che voleva provare.
Suo padre era arrivato e le aveva subito detto che era troppo magra, cosa che in effetti sapeva; i giorni successivi erano trascorsi veloci tra cene fuori, shopping e chiacchiere finchè sabato sera non era arrivato e Jane aveva dovuto decidere se andare da James oppure no.
Ovviamente aveva optato per il si, indossando uno dei vestiti nuovi che le aveva comprato suo padre, che la faceva sembrare una brava ragazza (cosa che in effetti era, anche troppo) degli anni cinquanta.

“Comunque non torniamo tardi oggi, ok?”
“Eh? Non ti sento” aveva risposto Jane al bisbiglio di Christine mentre lavavano i piatti in cucina e suo padre faceva Zapping tra i mille canali satelletari inglesi.
“Dicevo, c’è tuo papà, non facciamo troppo tardi, se per una volta torniamo alle tre invece delle cinque che differenza fa?”
Per me la fa differenza, eccome. Ogni minuto, ogni secondo, per me conta. È tutto quello che ho.
Avrebbe voluto dire.
“No, hai ragione”
Aveva detto.
Erano uscite presto rispetto al solito, ridendo del padre di Jane che per sbaglio aveva scordato di indossare un calzino, e l’autobus era arrivato quasi subito, cosa che ancora le lasciava piuttosto perplesse venendo da un paese dove di solito si tendeva ad aspettare i mezzi pubblici per ore.

L’autobus aveva percorso le enormi strade che da Finsbury Park, attraversando Highbury, arrivavano ad Angel, uno dei quartieri più belli di Londra, dove si trovava il locale di James. Quando stavano cercando un posto dove vivere Jane avrebbe voluto trovarlo nei dintorni, ma i prezzi erano esorbitanti e nessuna delle due poteva permetterselo.
Entrate nel locale, in guest list ovviamente, erano subito andate nel backstage, ma James sembrava non esserci. Jane aveva aspettato, lo aveva cercato, credendo magari fosse dietro le quinte nell’altra sala, ma quando non lo aveva trovato aveva semplicemente deciso di sedersi e vedere cosa sarebbe successo.
James era arrivato poco dopo, indossando una giacca Jeans con dentro la pelliccia e un paio di pantaloni come sempre troppo stretti, e Jane aveva realizzato quanto la sua prospettiva sulle cose cambiasse quando arrivava lui: era buffo quanto una situazione che di solito riteneva essere quella in cui si sentiva in assoluto più a suo agio potesse smettere di essere confortevole e diventasse quasi fastidiosa, senza James.
“Come stai Christine?”, aveva chiesto James.
“Bene, grazie”
“E come sta il tipo grasso?”
Christine aveva riso e risposto che stava bene anche lui.
Jane era contenta che James ed Christine andassero d’accordo, una cosa in meno di cui lei doveva preoccuparsi.
Erano rimasti a chiacchierare nel backstage da soli per un pò, poi i colleghi i James erano arrivati per discutere come fare uno degli sketch e Jane si era seduta in un angolo a guardare.
Jane ed Christine davano soprannomi a tutto e tutti: per quanto riguardava gli amici/colleghi di James c’era Ascella (una ragazza che faceva l’attrice e che una volta avevano visto avere un’ascella, appunto, non perfettamente depilata), Lurch (un ragazzo alto come Lurch della famiglia Addams che sembrava un vicario di un paese di campagna), Mino (che gli ricordava Mino Reitano), Lesbia (un’amica di Ascella, inopportuna e completamente pazza).
Mentre James parlava con tutti loro ad un certo punto Lesbia si era girata e aveva detto “ma tu sei la sua ragazza?”.
Jane aveva guardato di sfuggita James, consapevole di essere diventata probabilmente rosso intenso, e si era affrettata a dire: No. Forse affrettando troppo la risposta.
“Allora siete solo amici”
“Certo” (mai certo fu più incerto)
Lesbia aveva desistito, comprendendo stranamente per lei la mancanza di voglia di comunicare di Jane, che era uscita a cercare Christine a cui non aveva raccontato nulla della vicenda.
Avevano ballato fino alle tre senza rendersene conto e andando via James aveva guardato Jane come i gatti (bastardi. E non come razza, come carattere) guardano i padroni quando vogliono altri croccantini e lei aveva sentito l’ormai familiare sensazione di dover abbandonare un puzzle prima di aver iniziato a mettere a posto i pezzi.
Jane si ripeteva di avere pazienza.
Più lo faceva, però, più le cose le sembravano difficili da realizzarsi e questo la faceva stare male.
Perchè James era sbagliato per lei per milioni di motivi, che avrebbe potuto enumerare uno per uno e senza bisogno di usare carta e penna.
Perchè alcune cose non sembrano semplicemente destinate a succedere, a volte; perchè ad un certo punto sapeva che avrebbe dovuto smettere di inseguirlo e lasciarlo essere quello che voleva e andare dove, voleva.
Il Gladiatore era un film che lei non aveva particolarmente apprezzato (a parte il petto villosso di Russel) ma credeva che una delle scene finali rendesse parecchio l’idea della situazione in cui si trovava. Era il pezzo in cui il sudetto Russel e un altro gladiatore erano seduti a fissare il deserto prima di una delle battaglie finali e parlavano delle loro famiglie uccise dai romani: “So che li raggiungerò presto”,diceva il muscoloso e barbuto protagonista con voce profonda all’altro attore “ma non ancora”.
Not
yet.
Diceva.
E aveva molto senso, per Jane (che non si ricordava nulla del film; a parte quella battuta. E i bicipiti di Russel).

Lei sapeva che avrebbe dovuto smettere, prima o poi, queste cose si fanno in due dopo una certa soglia, ma non riusciva ancora a smettere, anche se a volte sapeva avrebbe dovuto.
La mattina dopo si era svegliata molto presto, avendo davanti a lei un’intera giornata da trascorrere girando per Londra con suo padre, giornata che era andata avanti bene e si era conclusa meglio in un ristorante giapponese di Soho, dove avevano chiacchierato, mangiato sashimi e passato una serata rara e piacevole: da quando si era trasferita lontano da casa le capitava più spesso di trascorrere del tempo da sola con suo padre, cosa che prima non accadeva quasi mai, e ne era davvero felice..

Suo padre le ricordava James in molti aspetti, o forse era James che le ricordava suo padre; in realtà e questa cosa la faceva da un lato felice e dall’altro la terrorizzava nel pieno senso della parola, pieno quanto l’odore di un mango molto mautro, per la precisione.
Avevano in comune l’essere svagati e l’essere assolutamente isterici quando si trattava di discutere con qualcuno; si dimenticavano tutto entrambi di continuo, non capivano quanto fare cose per gli altri fosse certe volte importante ed entrambi le facevano tenerezza e le ispiravano un affetto profondo.
Si rifiutava di credere nei Freudiani paradigmi di Elettra e Edipo, ma si rendeva conto che effettivamente tendeva a ricercare caratteristiche di suo padre negli uomini che la interessavano, o forse, semplicemente, erano aspetti presenti in tutti gli esseri di sesso maschile, diceva Jane a Christine ogni tanto.
Aveva fatto trascorrere il lunedi senza scrivere o chiamare James, tentando di seguire i consigli di una sua “tanto-saggia-quando-si-tratta-di-altri” amica di infanzia, e doveva ammettere che funzionava: nonostante James fosse decisamene diverso da tutti gli uomini con cui aveva avuto a che fare in passato, aveva notato che se lei spariva per un pò era lui a cercarla, cosa che le faceva da un lato enormemente piacere; perchè le faceva in qualche modo sentire di non essere assolutamente indifferente ai suoi occhi, ma allo stesso tempo la infastidiva anche, perchè tutti i loro contatti non sembravano essere finalizzati a nulla. Non erano amici, di certo, almeno. Non erano amanti. Erano nulla.
Il giorno seguente non aveva di nuovo sentito James, ma la sera tornata a casa aveva trovato una sua email in cui, come sempre, si lamentava per il troppo lavoro.
Si accorgeva, in casi come quelli, quanto per lei ormai lui fosse un’abitune irrinunciabile, qualcosa che faceva la reale differenza tra una giornata bella e una brutta, tra l’essere tristi o felici, tra l’avere fame o non averne affatto. E sapeva che non era giusto, che nessuno dovrebbe fare tanta differenza nelle nostre vite, specialmente qualcuno che non è nulla (o è proprio quel nulla) sul piano dei fatti.
Fatti, sostanza e accidenti.
Diceva Aristotele.
Tutto quello che James era nella sua vita, pensava (troppo come sempre) Jane quel mercoledi mattina, era un accidente.
Era come un cappotto appeso a un appendiabiti, non come l’appendiabiti. E lei lo adorava per questa sua accidentalità, che però rendeva ovviamente tutto molto instabile, scivoloso e temporaneo: a volte il cappotto c’era.
A volte: No.
Senza avere un appendiabiti sotto diventava assolutamente imprevedibile sapere quando ci sarebbe stato e quando no, il cappotto. Era come avere un fantasma che non infesta la casa ma ogni tanto viene a fare un giro per le stanze: non c’è mai modo di sapere quando lo avremmo trovato in corridoio. Non c’è una ragione, non è come avere un topo per cui basta non lasciare avanzi in giro: è assolutamente indipendente da tutto e tutti, e come tale pericoloso. Come giocare a tennis contro qualcuno che non sa le regole: non sai mai dove può mandare la palla., diceva Jane a se stessa.